
La prima Africa d’oro sui 200 metri ha la bandiera del Botswana e il volto di Letsile Tebogo, 21 anni, nato a Kanye, un piccolo villaggio nel sud del paese, il quinto interprete di tutti i tempi del mezzo giro con il tempo di 19″46, nuovo record africano, davanti a Kenny Bednarek (19″62, la migliore partenza], e Noah Lyles [19″70], così atteso ma così ateso che del suo 19.70 – un tempo corso da 17 persone nella storia – adesso si dice che sia la misura della sua condizione precaria. A fine corsa s’è scoperto che aveva il covid, o come titola il Guardian nella sua prima pagina di sport il covid-19.70.
Tebogo dice di correre per sua madre, morta a maggio. Sulle sue scarpette ci sono le iniziali di lei e la data di nascita, ecco perché ha sollevato le mani al cielo dopo il traguardo. «È con me a ogni passo, saperla al mio fianco mi dà moltissima motivazione. Lei mi guarda correre ed è molto, molto felice. Ho messo sulle scarpe la sua data di nascita e non quella di morte, perché mi avrebbe fatto troppo male»
Tebogo era stato secondo sui 100 e terzo sui 200 ai Mondiali di Budapest. Una sorpresa non è, “con il suo stile fluido e apparentemente disinvolto” [L’Équipe]. Quando mercoledì ha battuto Noah Lyles in semifinale [19.96 contro 20.08] ha iniziato a pensare seriamente di poter vincere la finale. Ha la sua base d’allenamento a Brescia, dice di amare la vita piuttosto monotona che si fa e racconta del suo amore per il lavoro nella fattoria di famiglia, dove tornerà appena sarò possibile. «Mi piace prendermi cura degli animali o anche passare il tempo con i videogiochi. Penso di essere uno dei ragazzi più gentili che si possano incontrare. Mi piace parlare con tutti e restare calmo. Prima di una gara, non è il caso di fare il duro nella call room. Non è una guerra. Siamo qui per divertirci».
Di questa gara ci rimarrà negli occhi l’immagine di Noah Lyles esausto, sdraiato di schiena sulla pista, lui che fino a ieri pomeriggio era “l’energia personificata”, come dice il Washington Post. Jerry Brewer racconta invece di questo ragazzo sdraiato sulla schiena “per un momento inquietante. Si è girato sul lato sinistro. Ha fatto fatica per mettersi seduto. Mentre ansimava, l’uomo che apparentemente ha la caffeina nelle vene, quello che domenica si è aggiudicato la corona di più veloce al mondo per un soffio, si è mosso come una lumaca che indossa un giubbotto zavorrato. Lyles si è curvato sul ginocchio sinistro, si è mantenuto con la mano sinistra e ha abbassato la testa. Non c’era modo di afferrare la bandiera e sfilare lungo la pista. Non c’era neppure modo di essere deluso per aver mancato la doppietta 100-200. La sua unica reazione è stata chiedere aiuto. Ha fatto un gesto per chiedere acqua ed è caduto di nuovo sulla pista quando non gliel’hanno portata. Ha avuto bisogno di una sedia a rotelle per uscire. Sembrava un mortale durante la gara e completamente esausto dopo”, dando corpo al terribile paradosso di aver perso per il covid ai primi Giochi dopo il covid.
“Pensavamo che il covid fosse passato. In un certo senso – dice il Washington Post – le Olimpiadi di Parigi sono state una celebrazione della vitalità globale, con atleti e spettatori che hanno vissuto le loro vite al meglio, liberandosi delle restrizioni distopiche che hanno soffocato gli ultimi due Giochi organizzati in pandemia. Prima che iniziasse la competizione, i comitati olimpici di molte nazioni hanno comunicati i dettagli delle loro politiche sanitarie con una scrollata di spalle. Anna Meares, capo missione dell’Australia, ha detto che la sua delegazione avrebbe trattato il covid come altri virus influenzali. Ma la serata di giovedì ci ha fatto sembrare tutto sbagliato. In effetti – continua Brewer – il covid non viene considerato più il virus spaventoso che era quattro anni fa. Le soglie della quarantena sono state derubricate quasi a decisioni personali. Nello sport, i test non sono obbligatori. Abbiamo appena visto un atleta di livello mondiale correre i 200 metri in 19,70 con il coronavirus . È un’impresa notevole, ma pure un enigma. Cosa sarebbe successo se avesse infettato altri concorrenti? Ha abbracciato il compagno di squadra Kenny Bednarek subito dopo la gara. Ha indossato una mascherina mentre il gruppo si riuniva nello spazio ristretto della call room prima di entrare in pista. Mancano ancora due giorni e tante medaglie da assegnare. Con chi altro è entrato in contatto Lyles?”.
Bednarek e Tebogo hanno risposto che non gli pare un grosso problema, e il Washington Post replica: “Sono troppo duri per preoccuparsene. Ma sono anche degli olimpici, significa che hanno una possibilità ogni quattro anni. Non vogliono dar la colpa a Lyles per qualcosa che avrebbero fatto anche loro. Se si ammalano, si sentono ancora in grado di competere. Lo faranno. Ma essere grintosi non è mai stato così disgustoso”.