
Tolto il conteggio delle medaglie, in fondo non abbiamo fatto altro. Contro gli arbitri della boxe per Abbes Aziz Mouhiidine. Contro la VAR del fioretto per Filippo Macchi. Contro i giudici del judo per Odette Giuffrida. Contro gli organizzatori per la pedana bagnata di Leonardo Fabbri. Ma mai avevano protestato loro, le ragazze, i ragazzi, la parte migliore di questa Olimpiade italiana, loro sempre così esatti, così rotondi, così avanti, terribilmente contemporanei, nel trovare le parole giuste sia quando hanno perso una medaglia per un centesimo come Benedetta Pilato, o per pochi punti dal trampolino come Elena Bertocchi e Chiara Pellacani, quando sono stati battuti in un’arrampicata per due millesimi di secondo come Matteo Zurloni, quando gli è stata data e tolta una medaglia come Nadia Battocletti. Anche nelle vittorie, misurate, misurati, belle, belli, Chiara Consonni e Vittoria Guazzini, Mattia Furlani, mai sguaiati, naturali, giusti, nel senso che Gaber dava alla parola.
Il Settebello invece. Il Settebello poi. Il Settebello ha come assunto su di sé tutto il rancore italiano di quest’Olimpiade e l’ha portato sulla scena, come una recita, ma la prima cosa che insegnano a chi impara il mestiere dell’attore è che non si danno mai le spalle. C’è un posto per presentare i ricorsi e un posto per giocare. Non si possono confondere i due luoghi. Soprattutto: le proteste vere, forti, condivisibili, sono quelle che mettono in conto un prezzo da pagare. Lo sciopero lascia sul tavolo un pezzo di stipendio, La diserzione in Vietnam mette in conto la prigione e l’abbandono della corona dei pesi massimi. Il pugno nero alzato sul podio accetta l’emarginazione dalla scena sportiva e l’espulsione dai Giochi. A cosa serve la recita delle spalle voltate, giocare con un uomo in meno per 4 minuti, in una partita di cui non frega niente a nessuno: la semifinale del torneo di consolazione?
Su La Stampa, Giulia Zonca fa notare che questo gesto cade proprio nell’Olimpiade sbagliata e che con il rifiuto di giocare si superano i limiti. “Rigiochiamo Argentina-Inghilterra dei Mondiali del 1986 perché la mano di Dio era certamente un gol irregolare e una abnorme ingiustizia. E riapriamo pure l’edizione del 1966, così si aggiusta il gol dell’Inghilterra, quello fantasma contro la Germania. Ripetiamo Usa-Urss, finale di basket ai Giochi del 1972: il tempo effettivo è un dato sicuro e la sfida è durata tre secondi in più, quanto è bastato per cambiare il punteggi. Chissà che sarebbe successo se il match successivo fosse stato per il bronzo”. La sua chiusura: “Chiedere di rigiocare una partita falsata è doveroso, pretendere che valga il risultato ipotetico invece di quello archiviato è ambiguo. Anche perché dopo la mano di Dio si è visto il gol del secolo. Il destino gioca sempre meglio di noi“.
Forse nella posizione severa di Giovanni Malagò [«Protesta contraria allo spirito olimpico»] ci sarà pure una quota dei suoi contrasti con il capo della federnuoto Paolo Barelli, ma non gli si può certo dare torto. Non è stato bello. Sandro Campagna, il cittì di questa squadra, era in acqua 32 anni fa a Barcellona, nella finale olimpica in Spagna contro la Spagna, con il re in tribuna, quando l’arbitraggio fu davvero uno scientifico tiro a segno di falli contro i difensori dell’Italia. Carlo Silipo fu espulso dopo una decina di minuti. Ma l’Italia tenne, resse, giocò otto supplementari, era più forte, ebbe l’occasione per vincere, vinse lo stesso. Arbitri o no, anche questa Italia aveva avuto la stessa occasione per vincerla comunque, ma ha sbagliato tre rigori nella serie decisiva, e come dice Arianna Ravelli sul Corriere della sera “l’immagine dopo non è stata il massimo”. Nei commenti sui social molti esultano, fiero di essere italiano, si legge in qualche commento nostalgico [di Toto Cutugno, che avete capito].
Mauro Berruto, ex ct del volley, oggi deputato del Pd, si dice d’accordo in una intervista con La Stampa, ne fa una questione di sentimento agonistico, non di patria, parla di gesto di grande dignità. Pino Porzio, altro campione di quel ‘92, la definisce sulla Gazzetta una protesta giusta e rispettosa. Paolo Brusorio, sempre su La Stampa, dice che “quando la protesta silenziosa fa rumore allora ha colpito nel segno. E quella della nazionale italiana di pallanuoto ha fatto molto rumore. Anche troppo”.
Di tutta questa materia, di tutti questi giudizi universali, su Sky hanno discusso Nicola Roggero, Francesco Pierantozzi, Fabio Tavelli e Flavio Tranquillo