Le medaglie hanno due facce e pure questa d’oro di Imane Khelif si può guardare da un verso o dall’altro, come al solito accade secondo la propria maniera di essere spettatori del mondo. C’è chi vorrà vederci la conferma di una supremazia fisica da neutralizzare, chi vede la storia di una donna più forte delle avversarie, delle bugie, delle cattiverie, delle strumentalizzazioni politiche, dei pregiudizi. Thomas Bach, il capo del Cio, la chiama una guerra culturale sulla pelle di un’atleta. Non va lontano da quel che a Slalom consideriamo un fatto. Ieri Bach ha detto che la boxe sarà a un bivio all’inizio del 2025. Ha ribadito il suo desiderio di vedere la boxe nel programma olimpico: lo stesso Niccolò Campriani, sports director dei prossimi Giochi, diceva ieri ad Aligi Pontani su Domani che si tratta dello sport che in America toglie i ragazzi dalla strada e che ha assegnato la prima storica medaglia al Team Rifugiati. Non si lascia fuori a cuor leggero. Ma Bach insiste sulla necessità che le federazioni nazionali si uniscano e organizzino un organo di governo globale che superi l’IBA.
| Giuliano Foschini su Repubblica dice che “la medaglia d’oro è andata alla ragazza che ha fatto paura al mondo” e racconta del coro che si sentiva ieri sera al Roland-Garros: “She, she, she”. Lei, lei, lei. “Perché se è vero che lo sport è il più grande processo di identificazione collettiva – dice Foschini – , lei Imane, «la figlia del nostro popolo» come la chiama Chanez, 30 anni, parrucchiera, è diventata qualcosa di più di un simbolo per la gente di Algeria. Non ha pianto ieri sera dopo il verdetto. Ha ballato, prima di essere portata in trionfo sulle spalle del suo allenatore, il pubblico era impazzito, come sottofondo Abdel Kader, una canzone che in Algeria vale un inno nazionale. Oggi volerà nel suo Paese, la attende il presidente Abdelmadjid Tebboune, che tra qualche settimana dovrà affrontare le presidenziali (non ci sono rischi di una mancata elezione: ha di fatto impedito la candidatura degli avversari) ma che comunque ha capito la forza di Imane. La forza di She, la donna di Algeria che ha fatto paura a Trump. E ha spaventato il mondo”.
| Franco Arturi sulla Gazzetta introduce alcune riflessioni interessanti: “Che lo sport si fondi sulle differenze fisiologiche, cioè su chi è per natura più forte, alto e resistente – scrive – è un non argomento in questo contesto. I casi di donne con disordine dello sviluppo sessuale, di questo si deve parlare nel caso di Imane Khelif, sono ricorrenti da sempre nel mondo dello sport. E non se ne parla per discriminare una donna, ma perché l’evidenza suggerisce che queste atlete godono di vantaggi agonistici sulle avversarie. Questo è il punto, non altro. Sono sfide eque?”.
Vero. Ma la tesi si fonda sul principio che Khelif sia una donna diseguale. Per sfide tra uomini non ci chiediamo se uno dei due abbia parametri fisici notevolmente diseguali da quelli del suo avversario. Così diseguali da condizionare un risultato. Arturi sottolinea giustamente che “la boxe deve godere di un’attenzione supplementare perché prevede la demolizione fisica dell’avversario. Vanno tutelati anche i diritti alla salute delle avversarie di Khelif, oltre che la sua dignità e il principio di inclusione”. Eppure non misuriamo i Newton dei pugni di un uomo prima che sul ring ne affronti un altro. Perché dovremmo farlo tra donne? Non siamo tenuti a conoscere la condizione intersex o transgender di una persona.

Arturi introduce un’ultima considerazione assai opportuna: “In casi del genere, con tutta la loro complessità, sarebbe auspicabile che le donne stesse avessero il peso più rilevante nella risposta finale: come scienziate, atlete avversarie di donne androgine, allenatrici, dirigenti, esperte di etica. Sarebbe forse una garanzia in più. E sgombrerebbe il campo da molti sospetti di sessismo o anti-diversità”.
Vista da questo divano, però, la scena non sarebbe davvero sgombra del tutto neppure in questo caso, come testimonia lo straordinario ventaglio di posizioni sul tema presente dentro il movimento femminista. È in effetti un tema assai complesso.
| Stefano Montefiori sul Corriere della sera ricorda le imbarazzanti posizioni di Kremlev, presidente della federazione internazionale in rotta con il CIO, e scrive che “potrebbe essere facile dichiarare chiuso un problema che invece esiste, al di là di Imane Khelif”.Il suo auspicio è che ai vertici delle istituzioni sportive nei prossimi anni ci sia chi “si applichi a considerare la questione con due criteri fondamentali: non discriminare nessuno, e individuare parametri seri per tutelare la correttezza delle competizioni, magari un po’ più fondati del commento da bar «sembra un uomo»”.
Giusto anche questo. Eppure in questa storia è sparito dalla scena un elemento. Il CIO quei parametri li ha stabiliti. In un ambito ancora più complesso, il CIO aveva finanche lasciato a ciascuna federazione sportiva internazionale la libertà di darsi dei criteri per l’ammissione alle gare femminili delle persone che hanno compiuto un percorso di cambiamento di genere, stabilendo un tetto ai nanomoli di testosterone per litro e una finestra temporale da rispettare prima di poter gareggiare. Quel che non s’aspettava il CIO e che continua a non considerare accettabile è la messa al bando. Sia delle atlete definite DSD come fa l’atletica leggera [disordini dello sviluppo sessuale: Caster Semenya], sia delle atlete transgender come fanno atletica, nuoto, ciclismo, rugby, perfino gli scacchi, dove è più chiara che altrove l’ispirazione ideologica del divieto. A meno di non pensare che nell’abilità di mangiarsi una regina sia stata decisiva la pubertà attraversata e vissuta in un corpo da maschio.
IL LIVELLO TECNICO ERA MOLTO BASSO
Khelif meritava o no? La risposta a questa domanda siamo andati a cercarla su Storie di Boxe, il sito di Dario Torromeo, firma delle firme delle boxe in Italia. Torromeo considera che “Khelif è stata usata per portare consensi alle due parti in guerra, chissà perché ho la sensazione che nessuno si sia chiesto se la posta in gioco (per loro) valesse gli incubi inflitti all’algerina. Una delle poche cose chiare in questa vicenda è la sua supremazia sul resto del gruppo. Come è evidente il livello incredibilmente basso della categoria dei 66 kg donne”.
Ecco. Forse allora la superiorità di Khelif si può spiegare così, chi lo sa, un esperto ce la propone come chiave di interpretazione. Un po’ come quando Lia Thomas vinse le sue 500 yards e passò per un orco, ma in realtà era di 10 secondi più lenta del record americano: non sarà che le avversarie non erano all’altezza? Torromeo dice: “Il fatto è che chi sparava insulti degni di uomini delle caverne non aveva i fatti dalla sua parte. Parlava di analisi di cui non conosceva i risultati, si addentrava in discussione su sesso biologico e identità di genere e non distingueva la differenza tra creatinina ed emoglobina. Dissertava di cromosomi chi fino a qualche giorno fa pensava fossero un lucido per le macchine. Io so di non sapere. Quindi non mi avventuro su questo sentiero su cui camminano gli scienziati dei social. L’International Boxing Association ha indetto una conferenza stampa per dimostrare al mondo che Imane Khelif è un uomo. Ha concluso la conferenza tra le facce sbalordite dei giornalisti di tutto il mondo che si erano trovati davanti a tante chiacchiere senza un solo fatto a sostegno della tesi. E l’IBA, lo ricordo agli smemorati, è fuori da Parigi ’24, non ha diritto di accesso. Il CIO, che questi Giochi li gestisce, ha detto che i riscontri in loro possesso rendevano certo il genere femminile dell’atleta. Io so di non sapere. Non ho mezzi e accesso alla documentazione. Quindi non parlo, a differenza del resto del mondo che avendo in tasca il nulla sproloquia tutto il giorno. Non so, quindi rispetto l’unica decisione presa da chi poteva prenderla”.