Un Sei Nazioni nel nome di Netflix e della NextGen

Tutto sta sacrificando, la Francia, per i suoi Giochi. Del resto se immagini un’edizione che cominci lungo la Senna a bordo di qualche centinaia di battelli, non dentro uno stadio, per forza devi tirare la coperta da quel lato del corpo e lasciare i piedi nudi al freddo. Sono sacrificate le ferie dei poliziotti, per esempio. Niente vacanze, abbiate pazienza. Ma la pazienza è al limite. Forse oltre. In un paese nel quale sono in agitazione agricoltori e insegnanti, il sindacato minaccia scioperi in estate, perché gli agenti sono rimasti pure senza bonus, senza impegni e riconoscimenti economici, chiedono 2mila euro in più e l’assistenza sociale, qualcuno a cui lasciare i figli quando saranno impegnati a garantire la sicurezza intorno a Paris 2024.

È sacrificata la storia del Tour de France, per la prima volta nella sua storia la maglia gialla non sarà consegnata agli Champs-Élysées ma a Nizza, perché troppi pesi tutti assieme non si possono portare. Parigi va alleggerita di visitatori e carovane. La corsa finisce il 21 luglio, cinque giorni dopo va accesa la fiamma nel calderone ai piedi della Torre Eiffel.

È sacrificata anche la religione nazionale, nel senso della palla ovale. Le Dieu Rugby si è rassegnato. Al Sei Nazioni 2024 non prenderà parte Antoine Dupont, il mediano di mischia della nazionale, il capitano della Francia che non saltava una partita dall’esordio di Fabien Galthié come cittì. Non ne giocherà nessuna perché andrà alle Olimpiadi, a rinforzare la squadra che insegue l’oro nella versione del rugby a sette. Ventiquattr’ore dopo la super partita Francia-Irlanda che venerdì apre il torneo, in una coincidenza temporale angosciante [L’Équipe], Dupont giocherà in campionato e poi raggiungerà la sua nuova famiglia a cinque cerchi, salendo sul volo per le Americhe: esordio nella nuova disciplina a Vancouver [23-25 ​​febbraio] e poi un torneo a Los Angeles [2-3 marzo]. 

 

  LA FRANCIA

La Dupont-dependance

 

Così, dopo aver visto sfumare il desiderio di vincere in casa per la prima volta una Coppa del mondo, la Francia accetta di sacrificare le ambizioni nel Sei Nazioni 2024 in nome di un oro olimpico a sette. La dipendenza della squadra da Dupont è acclarata. In Inghilterra fanno notare che per questo motivo è stato spezzato il processo di rigenerazione della squadra. Il ricambio generazionale è interrotto. Sarebbe stata una rivoluzione eccessiva e pericolosa, scrive il Guardian: i veterani Uini Atonio e Romain Taofifénua sono tornati sulla loro decisione di mettere fine alla loro carriera internazionale. Quasi un terzo dei giocatori convocati dalla Francia ha più di 30 anni, in netto contrasto con le prime scelte di Galthié e il suo orientamento. 

Al posto di Dupont è stato chiamato Maxime Lucu, titolare sei volte con sei vittorie [anche contro l’Italia ai Mondiali], mai in campo dal primo minuto nel Sei Nazioni. Parlare dell’assenza di Dupont – spiega L’Équipe – non significa minimizzare quelle di Romain Ntamack, Anthony Jelonch o Thibaud Flament, né mettere in dubbio il contributo di Lucu o di Nolann Le Garrec. È solo che per l’estrema estensione delle sue aree d’influenza, per la sua capacità di perforare una difesa con due appoggi o di assorbire un colpo con una presa da lottatore, per il suo gioco di calci e lo stress che mette sull’avversario, Dupont è stato il giocatore più decisivo del primo mandato di Galthié, il capitano dell’unico titolo vinto nel 2022. Ma Parigi val bene una meta. 

 

    IL TORNEO

La NextGen del rugby

 

Ogni Sei Nazioni dopo un Mondiale si è concluso con uno Slam, il successo cioè di una nazionale con quattro vittorie in quattro partite, con l’eccezione del torneo colpito dal covid nel 2020. Non si può dare per certo che pure stavolta finisca così. C’è un solo nuovo cittì, l’argentino Gonzalo Quesada sulla panchina dell’Italia, ma cinque squadre su sei con un nuovo capitano, a dimostrazione dell’aria che tira. Il cambiamento.

Non s’è sfilato solo Dupont. Al Sei Nazioni 2024 manca una serie di stelle per i motivi più differenti: Alun Wyn Jones si è ritirato, Dan Biggar e Johnny Sexton sono fuori, Owen Farrell si è reso indisponibile, Louis Rees-Zammit se n’è andato nel football americano. 

Da un lato è un peccato – sottolinea il Guardian – dall’altro è un’opportunità per la prossima ondata, la prossima generazione di giocatori. Le rose delle squadre del Sei Nazioni sono abbastanza robuste da poter gestire un simile elenco di assenti. La cosa più difficile per ogni squadra è trovare l’equilibrio tra la costruzione di un ciclo futuro e la necessità di ottenere dei risultati qui e ora. Il Sei Nazioni non è mai stato un torneo per esperimenti

 

  MAMELISMI

La solita diffidenza sull’Italia

 

In questo suo intervento sul Guardian, Ugo Monye fa notare che più di tutti ha bisogno di far risultati la nazionale italiana, avversaria alla prima giornata proprio dell’Inghilterra.

Può sembrare che sia così ogni anno – scrive il giornale inglese – ma con le prestazioni agli ultimi Mondiali della Georgia e in particolare del Portogallo, ancora fresche nella mente, un altro torneo di tutte sconfitte e un altro cucchiaio di legno porterebbero a richieste più forti per la sostituzione dell’Italia

La realtà è più complessa e poggia su ragioni che tendiamo a considerare brutte sporche e cattive. Soldi. Il torneo è gestito da aziende private che puntano sul richiamo dell’Italia, un appeal commerciale superiore a quello promesso da Georgia o Portogallo. L’aneddoto più raccontato nel mondo del rugby è quello che vede la federugby travolta da una richiesta di 30mila biglietti dall’Inghilterra per la partita all’Olimpico del 2019. Il Corriere della sera ha calcolato una volta in 20 milioni di euro l’indotto prodotto sulla città da ogni partita del Sei Nazioni. 

Stavolta all’Olimpico l’Inghilterra si presenza senza Farrell e anche senza Marcus Smith infortunato. Il nuovo look con Jamie George capitano ha il favore dei giornali [Una nomina eccellente. Non c’è una sola persona che non sia felice. È benvoluto, rispettato e simpatico]. 

 

DISCUSSIONI

L’effetto Netflix

 

L’ultima Coppa del mondo ha chiuso con numeri da record. Ha raggiunto 1 miliardo e 330 milioni di ore di programmazione in diretta e on demand. Una crescita del 30 per cento rispetto all’edizione giocata nel 2015 in Inghilterra e del 19 per cento rispetto al torneo del 2019 in Giappone. Il sito On Rugby segnala non solo il radicamento nelle terre storiche del rugby, ma pure l’ascesa di mercati emergenti come la Germania [15,2 milioni di ore di trasmissione], Italia [16,1 milioni], Stati Uniti [11,1 milioni], con una crescita rispettiva del 27%, 70%, 136%. Sono queste le cifre da guardare e da cui guardarsi. Più spettatori offrono una superiore capacità di contrattazione agli organizzatori. La federazione del Galles per esempio teme che presto il rugby finisce per non essere più sostenibile in chiaro. 

Anche nel rugby è arrivata Netflix con il suo reality pensato per allargare lo spettro degli appassionati e parlare a un pubblico nuovo. Di Full Contact ha scritto Andy Bull sul Guardian e ha segnato un altro punto in favore della presenza dell’Italia nel torneo. Le scene migliori – dice – sono quelle con gli azzurri, anche se hanno giocato cinque partite e sono finiti ultimi

La serie si conclude [SPOILER] con il cittì Kieran Crowley che riflette sul prossimo licenziamento. Una didascalia fa sapere agli spettatori che in effetti pochi mesi dopo è andata proprio così. Oggi Crowley lavora con la Honda Heat in Giappone, ma guardando Full Contact – scrive il Guardian – ti chiedi se non abbia perso la sua vocazione. Qualche produttore intraprendente avrebbe dovuto già commissionare un’altra serie su Crowley e il suo aiutante, l’ex allevatore di latte Taranaki Neil Barnes. C’è un’autenticità nelle scene italiane che manca in quelle delle altre squadre, sospetto perché la squadra ha dato a Netflix un accesso più ampio. La Scozia è l’altra formazione che ha lasciato entrare la troupe dietro le quinte, quindi possiamo vedere i volti dei giocatori quando apprendono se sono stati convocati o meno. Non è una coincidenza. La Scozia e l’Italia sono le due squadre più deboli tra le sei e speravano di ottenere il massimo dalle promesse di Netflix sull’arrivo di nuovi spettatori. I gallesi sono stati più riservati, peccato, perché avevano belle storie da raccontare. La serie tenta di vendere il gioco intervistando alcuni giocatori – Andrew Porter, Stuart Hogg, Ellis Genge, Seb Negri, Gaël Fickou – sulle loro storie passate. La verità è che tra tutti gli sport di squadra il rugby è tra i meno adatti a questo tipo di approccio. È il gioco di squadra per eccellenza, la storia di una partita non appartiene mai a un solo giocatore, i caratteri delle squadre contano più di quelli degli uomini o delle donne che vi fanno parte

Coraggio allora, Francia. C’è futuro anche senza Dupont. 

 

in tv ven 2 ore 21 Sky: Francia-Irlanda | sab 3 ore 15.15 Sky: Italia-Inghilterra | 17.45 Sky: Galles-Scozia

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