GLI ANNI CON IL QUATTRO
Era un sabato sera e la FIFA aveva due rogne. L’URSS ancora sperava di poter rigiocare lo spareggio-qualificazione in campo neutro con il Cile. A fine novembre aveva disertato la trasferta a Santiago per protesta contro il regime di Pinochet. Nello stadio-lager era andata in scena la palla al centro più assurda mai vista nella storia del calcio [qui il podcast]. Il secondo caso riguardava la Jugoslavia, decisa a sua volta a non presentarsi in campo contro la Spagna a gennaio, non per politica ma per logica, era nel pieno della sosta invernale del campionato. Stanley Rous, il presidente britannico, avrebbe dovuto mettere ai voti del consiglio le due faccende, prima di far girare le palline nelle urne e chiedere a un bimbo di nome Dieter di tirarle fuori una alla volta, per comporre i quattro gironi dei Mondiali in programma in estate.
Anche la federazione italiana era stata impegnata alla vigilia in un paio di manovre dietro le quinte. Con la prima mirava a ottenere una delle quattro teste di serie, con la seconda puntava a giocare sempre a Monaco di Baviera. Una andò a buon fine, l’altra no. Italo Allodi seminava ottimismo. A rileggere i pezzi dell’epoca pare abbastanza evidente che fosse lui la fonte dei resoconti. La Gazzetta scrisse: “La elevatissima quotazione della nostra Nazionale ed il fatto che passeranno al secondo turno di finale le prime due squadre di ciascun girone, dovrebbero comunque garantire una certa tranquillità. Non dimentichiamo la Corea, naturalmente, ma certi episodi di solito non si ripetono”.
LA POLITICA I compagni sovietici e un documentario sulla Rai ► Alle nove della sera in punto, il sorteggio di Francoforte cominciò in diretta tv per quasi tutta l’Europa. Tranne che per l’Italia. La Rai lo diede alla radio e solo in differita sullo schermo, con un’ora di ritardo perché sul secondo canale era previsto Il deserto delle ceramiche, documentario di Renata De Paolis e Sergio Maggio. Sul primo andava in onda la settima puntata di Formula 2, varietà condotto da Alighiero Noschese e Loretta Goggi, con Johnny Dorelli quella sera ospite d’onore. Mezzo secolo fa il calcio non poteva ancora permettersi ogni cosa.
Prima di svuotare le urne, la FIFA decise che Cile-URSS non si sarebbe rigiocata [anzi giocata]. Ritenne che i sovietici non avessero motivi validi né cause di forza maggiore per saltare la trasferta di novembre a Santiago: erano fuori. Mino Mulinacci sulla Gazzetta parlò di “attacchi meschini“ dei russi al presidente della FIFA e di decisione presa “senza suscitare rimpianti sul piano sportivo e turistico. La URSS oggi non è una grande del calcio e qui in Germania non si attendevano certo di vedere arrivare comitive da Mosca al seguito della squadra”. L’Unità da sinistra aveva una lettura differente dei fatti e scrisse di “vergognosa squalifica”. La Pravda titolò: “Rous se ne deve andare”. Il rappresentante della federcalcio sovietica Granatkin disse: «L’esclusione in questo modo rappresenta una gravissima ingiustizia, che impone una rapida riforma di un ente mondiale come la FIFA che ha ormai perso qualsiasi credibilità».
L’altro caso venne risolto con uno slittamento della data dello spareggio Spagna-Jugoslavia dal 16 gennaio al 13 febbraio e l’Unità sottolineò di nuovo “il tentativo di favorire gli spagnoli e danneggiare, guarda caso, ancora una volta la rappresentativa di un paese socialista”.
IL ROMANZO Le maschere di Arpino ► Argentina, Haiti e Polonia. Così andò il sorteggio del 5 gennaio, il primo passo ancora inconsapevole di un cammino che avrebbe portato il calcio italiano verso il Mondiale di Azzurro Tenebra. Otto anni prima c’era stata l’eliminazione con la Corea, nel 77 lo scrittore Giovanni Arpino avrebbe invece ricostruito in modo romanzato l’avventura fallimentare degli azzurri in Germania. La storia del giornalista Arp – lui stesso – e del suo lavoro accanto al collega Bibì, Bruno Bernardi, inviato de la Stampa, il giornale per il quale Arpino scriveva di calcio senza snobismi, avendo già un premio Strega alle spalle per L’ombra delle colline [1964]. Arpino raccontava di giornalisti divisi tra Belle Gioie e Jene, i buoni e i cattivi, nel Grangiuàn tratteggiava Brera e nel Gauloise l’allenatore Carlo Parola. I calciatori sarebbero stati tutti ben riconoscibili: il Bomber è Gigi Riva, il Golden Boy è Rivera, il Baffo è Sandro Mazzola, Petruzzu è Anastasi, Giorgione è Chinaglia, Giacinto è Facchetti. È il romanzo nel quale nasce il soprannome del Vecio per Enzo Bearzot, all’epoca vice cittì e solo 47enne.
LE REAZIONI Il fantasma coreano ► Guido Magni sulla Gazzetta parlò di sorteggio difficile per tutti, tranne che per i tedeschi”, eppure aggiungeva “Valcareggi non dovrà, a sua volta, lamentarsi più che tanto: superato lo “choc” del momento (l’apprensione era ovvia in tutti), il C.T. non dovrà che misurare la forza degli avversari sulla forza dei suoi. L’Italia parte tra le grandi favorite. Il sorteggio non può condizionare le sue ambizioni, se al momento giusto saranno ancora fondate, come tutti ci auguriamo. Mancano sei mesi all’inizio dei mondiali e c’è tutto il tempo per preparare adeguatamente la spedizione a Stoccarda (dove gli azzurri fisseranno il quartier generale)”.
Il nome dell’esordiente Haiti era abbastanza esotico da riaccendere in molti il ricordo del fantasma coreano. L’Unità scrisse che “nel ricordo di uno «storico» 0-1 a Middlesbrough potrebbe maturare la convinzione che il match difficile non sarà quello con l’Argentina o quello con la Polonia bensì magari l’esordio con Haiti, che può valere oltretutto di più della Corea di allora ed ha un consulente tecnico nell’allenatore «transfuga» (per avere risposto ad una inserzione sul bollettino della Fifa), Trevisan, il cui nome basta a smascherare la sua discendenza veneta più che haitiana”.
Il Corriere della sera lo giudicò “un sorteggio sfortunato”, ma il giorno dopo il Corriere d’informazione già aveva pronta una bella tabella di marcia con la quale l’Italia avrebbe passato il girone, avrebbe trovato al secondo turno un gruppo con Brasile, Uruguay, DDR, e avrebbe vinto pure quello, andando dritta dritta in finale contro la Germania Ovest, anzi all’epoca si chiamava finalissima.
Forte era la tentazione di andare a sentire su Haiti l’ex cittì Edmondo Fabbri, l’uomo che era in panchina nel pomeriggio della Corea. Fabbri disse con malizia alla Gazzetta: «La prima considerazione da farsi è che il sorteggio è stato pilotato molto bene: il ragazzino che estraeva i nomi dall’urna è stato molto compito, bravo e nazionalista. Ha messo insieme le due Germanie e fa sempre piacere veder riunire i popoli anche perché per le due squadre tedesche non vi sono pericoli di sorta. Sara per loro un girone d’allenamento. Io vedo l’Italia in finale perciò dovrei essere abbastanza ottimista. Con l’Italia dovrebbero qualificarsi proprio i polacchi. In quanto ad Haiti, stiano tutti tranquilli: non si ripeterà un’altra Corea. Intanto la incontriamo subito, poi i regolamenti son cambiati permettendo le sostituzioni pronte in panchina; infine quello che e successo nel ’66 a noi nel ’74 non si potrebbe mai più ripetere».
ANTAGONISTI La scoperta di Haiti ► Vittorio Zucconi su la Stampa chiamò Haiti, il “nuovo oggetto misterioso del calcio sulla via dei luminosi destini mondiali dell’Italia”. Fece una telefonata a Ettore Trevisan, 45 anni, triestino come Rocco, Valcareggi e Maldini, andato a lavorare ai Caraibi nella “terra della più nera stregoneria nell’America nera, paese del woodoo, il rito terribile e misterioso degli «zombi», i cadaveri viventi”. Trevisan, gli chiese, ma come fa un triestino a fare lo stregone ad Haiti?
«Macché stregoneria — rispose lui — quando il Centro tecnico di Coverciano mi ha mandato qui quattro mesi fa rispondendo alla richiesta di un allenatore fatta dalla federazione di Haiti all’Italia, ho trovato ragazzi che nemmeno mangiavano abbastanza, che vivevano in baracche miserabili, che non sapevano che cosa volesse dire allenarsi, disporsi in campo secondo un ordine qualsiasi. Credevano di dover perdere per forza contro le squadre degli uomini bianchi, o magari di dover ricorrere al woodoo. Io ho detto loro: ma guardate Cassius Clay, Frazier, che sono neri e le suonano a tutti. Altro che magìa: bistecche, esercizi fisici, un po’ d’ordine in campo e buone dormite in stanze pulite d’albergo».
Trevisan all’epoca si sentiva in imbarazzo. Disse a Zucconi: «Io faccio il tifo per l’Italia. Magari do le dimissioni il giorno della partita con gli azzurri, ci sto pensando seriamente. Se lo immagina lei un triestino che sente l’inno di Mameli e deve lavorare perché vinca l’inno di Haiti. L’inno di Haiti suonato al triestino, comprende?».
FIGURINE Il ritratto del cittì Valcareggi ► Era triestino anche il cittì che aveva preso il posto di Edmondo Fabbri post-Corea sulla panchina della nazionale. Aveva portato l’Italia in finale ai Mondiali del Messico nel 70. Era uscito indenne dalla bufera della staffetta dei 6 minuti Rivera-Mazzola. A Ferruccio Valcareggi, Nerio Giorgetti sulla Gazzetta dedicò un ritratto lungo una pagina poco dopo il sorteggio, una pagina per “l’uomo che ci porta a Monaco. Che il cielo lo aiuti. Del resto, se lo merita”, scrisse.
“Gli amici di Valcareggi – raccontava la Gazzetta – non sono soltanto fiorentini, o almeno non abitano soltanto a Firenze, fra questi, Mario Cecchi Gori, produttore cinematografico che vive a Roma, Fred Bongusto, Gassman, amici nel vero senso della parola, vogliamo dire. Mario Cecchi Gori conobbe Uccio negli anni quaranta quando ancora viveva a Firenze. Gli è sempre rimasto amico, anche quando le sorti del nostro attuale C.T. crogiolavano ad un pallido sole. Sarebbe oltremodo difficile trovare un nemico di Valcareggi, come si fa a volergli male? L’uomo Valcareggi ha anche i suoi hobbies, e fra questi c’è quello che da qualcuno viene definita la mania del tennis, che poi non è una mania, perché? Gli piace giocare a tennis, gli piace vincere, perbacco, ma non sempre può essere cosi anche perche gli anni e le tante battaglie sui campi verdi lo hanno un po’ fiaccato nelle gambe. Gioca con i più giovani e qualcuno lo stende’ come ha fatto l’altro giorno Gianni De Magistris, poco più che ventenne, asso della pallanuoto”.
La scaramanzia | “Il commissario partendo da Roma-Fiumicino per una trasferta azzurra, viaggiando in macchina verso la capitale, si ferma immancabilmente a Fabro, sull’Autosole. È un rito. Trieste è lontana da Napoli, eppure un po’ di scaramanzia c’è anche in quest’uomo semplice. Che gli piace giocare a scopone scientifico durante la lunga estate di Lido di Camaiore. Alla Bussola, il locale gestito dal suo amico Bernardini, gioca interminabili partite con Mario Cecchi Gori, sua moglie e Gaby Palazzolo, che è la compagna di Fred Bongusto. Gaby Palazzolo non ha molta stima in Valcareggi quale giocatore di scopone”.
I figli | “Furio, poveranima, che avrebbe voluto diventare un famoso calciatore, ma che in effetti non ha raccolto molto sui campi verdi; in compenso è un ottimo «informatore scientifico» di prodotti farmaceutici. Segue il papà, sempre, in ogni trasferta, viaggiando da solo; è amico di tutti gli azzurri, ma con loro trattiene rapporti assolutamente fuori del calcio. Furio è un fiorentino tout court, ben diverso dal padre. Ha una personalità diversa, più aggressiva, tanto gli piacciono le battute, una delle malattie di questa città. Fiorella è dolce come un frutto maturo, lei di calcio proprio non sa niente, anche se ha sposato un giocatore, Bianchini, che milita in serie D, nella Rondinella. Però ha un bel mestiere, lavora presso l’Amministrazione Comunale, il Bianchini”.

Andò come andò. L’Italia avrebbe battuto Haiti dopo essere andata sotto uno a zero, avrebbe pareggiato con l’Argentina e perso la partita decisiva contro la Polonia. “Un girone difficile”, Bruno Bernardi sulla Stampa aveva avvertito, mentre Giovanni Arpino nel giorno del sorteggio si dedicava ad altro, alla classifica della serie A, dove “alle spalle di Lazio e Juve il terzetto formato da Fiorentina, Foggia e Napoli offre la patente più chiara a quello che abbiamo definito un campionato anomalo. I giochi si ricompongono in modo bizzarro, mentre già si parla di Stoccarda e Monaco, di Argentina e Polonia e Haiti, nostri avversari ai mondiali. Forse un campionato così veemente ma anche bislacco può offrire la misura per valutare le nostre forze”.
Le forze sarebbero diventate color Azzurro Tenebra, e dopo Azzurro Tenebra vennero i giorni gloriosi del Vecio.
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