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Una storia in una foto

L’uomo con la canottiera arancione era stato un discreto alpinista, era il presidente di un club di arrampicata. Non aveva mai corso una maratona fino all’età di 42 anni. Quel giorno a Boston finì dentro una foto e dentro una storia più grande di lui. Due bombe erano state piazzate nei pressi del traguardo in Boylston Street, vicino a Copley Square. Morirono tre persone, tra cui un bambino di 8 anni, altre 264 rimasero ferite. Quando Bill Iffrig finì a terra, si trovò tre agenti davanti, uno aveva la pistola spianata. Lo aiutarono a rialzarsi e a passare il traguardo. Ma questo nella foto non si vede. John Tlumacki, il fotoreporter del Boston Globe, era già corso altrove, con il dito che scattava e scattava. Non aveva visto Bill in faccia. Aveva nell’obiettivo solo un corpo accartocciato a terra. Sarebbe diventata l’immagine simbolo dell’attentato.
Oggi il New York Times pubblica nella sezione Obituaries la notizia che Bill Iffrig è morto l’8 gennaio. Aveva finito per correre più di 50 maratone, era tornato anche a quella di Boston insieme con altri superstiti e testimoni di quel giorno. Il tempo aveva fatto di lui un simbolo di resilienza. Il presidente Barack Obama lo aveva menzionato per nome quando si era rivolto alla nazione dopo le bombe. «Come Bill Iffrig – aveva detto – come il corridore con la maglia arancione che tutti abbiamo visto cadere a terra, può capitare di essere momentaneamente sbattuti a terra, ma ci rialzeremo».
William George Iffrig avrebbe compiuto novant’anni a giugno. Era nato a Everett, nello stato di Washington. Suo padre lavorava in un’azienda di ghisa, sua madre era casalinga. Bill aveva cominciato a fare il falegname e quando lo stabilimento aveva chiuso, si riciclò come muratore per la Scott Paper Company. Aveva due figli, quattro nipoti e due pronipoti. Sua moglie Donna, con la quale era stato sposato per 69 anni, è morta a novembre. Aveva perso un terzo figlio nel 1979 in un incidente stradale quando aveva 17 anni.
Nell’aprile scorso, Bill aveva ricevuto una visita inattesa. Il fotoreporter di quel giorno voleva reincontrarlo. Così era volato fino a Marysville, nello stato di Washington, per conoscerlo, per vedere finalmente la sua faccia, per fotografarlo di nuovo dieci anni dopo. Scoprì che suo figlio Mark conserva su una scrivania una copia incorniciata della foto, a suo tempo diventata una copertina di Sports Illustrated. Era ancora viva Donna, entrambi soffrivano di demenza senile. Tlumacki stesso aveva raccontato in prima persona per il Boston Globe quest’incontro, dieci anni dopo.
“Ho portato con me la stessa fotocamera Canon e lo stesso obiettivo con cui avevo fotografato Bill e i poliziotti nel 2013. Sorprendentemente funzionano ancora, anche se da allora sono passati altre migliaia di scatti. Attraverso alcune porte chiuse, Mark mi ha scortato negli alloggi dei suoi genitori. Ho visto Bill mentre la porta si apriva. Era seduto su una sedia a rotelle accanto a un tavolo con la copia incorniciata della foto. La sua testa era china nel sonno. Mentre sollevavo la macchina fotografica, Bill ha alzato lentamente il capo. Era come intontito. Quando mi ha visto, mi ha fissato per un momento e poi ha allungato la mano sinistra verso la copertina di Sports Illustrated. Ha appoggiato la mano lì, in un’apparente silenziosa conferma che sapeva chi io fossi”.
“Mi sono concentrato sul volto scolpito di Bill e come dieci anni fa ho scattato, sul volto di un uomo determinato, un uomo diverso. Il vecchio corridore della mia foto ora è un uomo incapace di stare in piedi da solo. Indossa scarpe da ginnastica con la chiusura in velcro, i suoi piedi sono appoggiati sul pavimento. Chiude gli occhi. Li riapre. Mi rendo conto che sa che sono qui. So quanto sia difficile per lui, so quanto sia difficile per me. Quando ho parlato con Mark di suo padre, delle sue sfide, del suo futuro, ha trattenuto le lacrime e mi ha detto che era il momento del caffè e delle ciambelle. «Papà, sei pronto per la ciambella?» gli ha urlato.
Lo ha fatto sedere accanto a me al tavolo della cucina e abbiamo mangiato e bevuto insieme. Abbiamo riso e guardato le foto che Mark aveva di suo padre quando ha passato il St. Helens Mount, prima che scoppiasse la bomba. Ha significato molto per me fotografare di nuovo Bill. Nel tempo trascorso a scattare, ascoltare e parlare, ho sentito di aver chiuso un cerchio con la maratona di Boston. Ho fatto un viaggio lungo per scattare una fotografia semplice a un uomo che è stato un’ispirazione. Ho stretto la mano a Bill e sono andato via. Spero che abbia capito quanto lo ammiri e come quella fotografia non svanirà mai dai nostri ricordi”.
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