Piazza, calcia, ama. Che vita sarebbe nel rugby senza la tee

 

A saperlo prima, poteva essere un bel regalo di Natale. Anche per chi non se fa niente. Ornamentale. Come il telefono, la radio, le bottiglie dei profumi a casa di Marta [ci siamo capiti]. Un bell’oggetto, diciamo la verità. È il suo momento. Importata dal football americano all’inizio degli anni ’90, la tee vive i suoi giorni di gloria. All’improvviso non ci sono calciatori che nel rugby possano farne a meno. Un culto. Ne ha scritto L’Équipe raccontando cosa successe tre mesi fa durante i Mondiali, quando Lima Sopoaga, 32 anni, titolare delle Samoa, dopo la partita contro il Cile ha aperto il suo account su X per pregare la comunità di aiutarlo. «Ho perso la mia tee, aiutatemi a trovarla. Vi pagherò. Ce l’ho da quando avevo 14 anni». Un dramma. 

Il marcatore della nazionale francese e del Tolosa, Thomas Ramos, ha detto di aver cambiato modello dopo la delusione per la semifinale del Top-14 persa contro il Castres a giugno 2022. Aveva sbagliato diversi calci e l’ultimo calcio deve averlo dato alla tee. Colpa sua. «Mi aveva irritato» ha spiegato. Con quella nuova adesso sì che va tutto meglio. 

L’aumento di calci piazzati, punizioni e trasformazioni nel rugby contemporaneo sta trasformando un dettaglio in un attrezzo essenziale. Sui campi è apparso abbastanza tardi, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Vincent Bernard è un esperto di calci, tiene un blog e allena l’Angoulême in Pro D2 francese. Ebbene, Bernard ricorda che l’avvento del tee si deve a quella che chiama una questione legislativa.

«Per utilizzare i tee – racconta al giornale francese – serviva un permesso ufficiale. Ai Mondiali del 1991 tutti inciampavano ancora nel terreno e l’anno dopo fu finalmente consentito. Con grande ritardo. Il primo utilizzo del tee nel football americano risale al 1922». 

 

Quando non c’era

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Oggi pare indispensabile, ma come si faceva prima? Didier Camberabero, nazionale francese con 36 presenze, cannoniere dal 1982 al 1993, ricorda i giorni in cui si assestava un «calcio col tallone nell’erba per formare un monticello. Si facevano dei buchi nel terreno per formare una montagnella, sulla quale veniva posizionato il pallone. Quando era possibile, quando il campo era irrigato bene, altrimenti – se era duro come il cemento – bisognava provare a tenere la palla dritta sull’erba».

In un secondo momento arrivò la sabbia. Veniva tenuta a bordo campo dentro un secchio e usata all’occorrenza per far nascere la montagnola famosa. Non convinse nessuno. La sabbia finiva per spargersi sul prato, la palla non era mai alla stessa altezza rispetto a un altro colpo. Dal 1992 è apparso l’oggetto misterioso. «Inizialmente erano molto semplici, una specie di bicchiere di plastica, erano produzioni artigianali e personali» ricorda Philippe Bérot, marcatore della nazionale francese a fine anni Ottanta, parlando con L’Équipe. Il vantaggio era che la palla veniva posizionata sempre allo stesso modo in ogni calcio. Questo consente di allenare la precisione, cercare una tecnica personale, raffinarla. Il pallone è più stabile. Il vento incide meno. 

 

I modelli

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Oggi le tee non sono tutte uguali, così ciascuno cerca il modello più adatto alla sua corsa, al suo tiro, al suo stile, ai suoi gusti. C’è il modello che privilegia la tenuta della palla, quello che dà la possibilità di inclinarla, un altro che regola l’altezza dell’appoggio. L’inglese Ian Vass, ex giocatore dello Stade Français e del Northampton, ora allenatore dei calci al Clermont, dice che la scelta dipende dal tempismo personale nel calcio. «È un processo molto individuale», e chi siamo noi per intrometterci. Melvyn Jaminet, uno dei migliori calciatori di Francia, spiega di aver scelto il suo modello attuale [lo usa da quasi cinque anni] perché è piuttosto alto sul prato , 90 millimetri, e ci sono quattro dentelli che tengono ferma la palla anche quando c’è molto vento.

Maxime Petitjean, ex calciatore di Brive, Dax e Aurillac, responsabile dei calci a Tolone, ha spiegato al giornale francese che anche quando due giocatori hanno lo stesso modello di tee, preferiscono usare la propria. Non è raro che vi abbiano apportato una modifica o un ritocco, che vi abbiano incollato sopra qualcosa, che vi abbiano fatto un taglietto per riconoscerla. Voss ne parla come di un oggetto sacro, Petitjean chiama in causa la scaramanzia. Quando la sua si ruppe, la rattoppò con della colla e del nastro adesivo.

Poteva mai il mercato non accorgersi che esiste un bisogno? L’azienda neozelandese Carter ha invaso il mercato con la sua Supertee, dal look atipico e dalle forme irregolari. Il marchio Gilbert, uno dei più apprezzati, sta sviluppando modelli telescopici, qualunque cosa significhi. Quelli attuali sono costruiti con materiali termoplastici. La tee ne ha guadagnato in leggerezza e in resistenza all’urto. C’è pure chi calcia calcia calcia, crede di aver colto qualche segreto e si mette in proprio. L’ex mediano del Racing 92, Jonathan Wisniewski, ha sviluppato la sua tee, si chiama R100, in collaborazione con il marchio francese Decathlon. È dotata di tre asticelle su cui il giocatore posiziona la palla. È in vendita da diversi anni. Da consumatore a produttore. Se vi fosse venuta la voglia per la Befana, costa fra i 5 e i 10 euro. Meno di un libro. Ma non si può sottolineare. 

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