Uno che si chiama Achille a questa deriva scontata non può scappare. Non potrebbe. Ce l’ha scolpito nel nome quel destino di guerra leggendaria e di battaglia. Solo che. Pure Achille a un certo punto è stanco delle cose che sulla battaglia si raccontano, le ripetiamo sempre tutte uguali le storie sui guerrieri. La riscrittura fatta tempo fa da Alessandro Baricco dell’Iliade ha fatto emergere questo desiderio con chiarezza.
“Gli eserciti rimasero in silenzio. Allora si sentì la voce possente di Menelao. Io sentii le sue parole e poi vidi la gioia di quei due eserciti, improvvisamente uniti dalla speranza di mettere fine a quella guerra luttuosa. Vidi i guerrieri scendere dai carri, e togliersi le armi di dosso e posarle per terra,coprendo i prati di bronzo. Non avevo mai visto la pace così vicina. Allora mi voltai e cercai Nestore, il vecchio e saggio Nestore. Volevo guardarlo negli occhi. E nei suoi occhi vedere morire la guerra, e l’arroganza di chi la vuole, e la follia di chi la combatte”.
Di Achille abbiamo fatto un semidio invulnerabile, il totem della forza e della chiamata alla guerra. Il culmine dell’odio e dell’ira. Infiniti lutti addusse agli Achei. Quasi mai ricordiamo che è solo un quindicenne quando tutto comincia, quando piange Patroclo, quando diventa feroce, quando avrà pietà di Priamo.
“È a casa che voglio andare, è lì che voglio tornare, a godere in pace di ciò che è mio, con una donna al fianco, una sposa”.
Quest’altro Achille è tornato ieri a casa, cinquantaquattro giorni dopo un tumore ai testicoli. Baricco dice che il suo, di Achille, è come Don Giovanni, come Dracula, come Moby Dick. Sono tutte figure magnetiche che paiono gigantesche e invece colpiscono quando si sottraggono. Don Giovanni è nascosto dietro le sue maschere, Dracula vive al buio, Moby Dick è un’ossessione invisibile. Achille stesso non combatte per gran parte della sua guerra. Perfino a lui diventa chiaro che la pace è preferibile.
“Senza capelli per le cure, ma felice di poter tornare a fare ciò che gli dà maggior gioia, ovvero far canestro, come ripetutamente gli è poi riuscito nel finale” ha scritto Piero Guerrini su Tuttosport per i cinque punti di Polonara con la maglia della Virtus Bologna in otto minuti contro Tortona, un appoggio a canestro e una tripla. Ciuf deve essere il rumore che fa la pace.
*
«L’ho scoperto per un controllo antidoping dopo la finale di Supercoppa di Brescia, il risultato è arrivato il 6 ottobre con una mail dal Controllo Federale del Doping, quando dopopranzo ero nel letto con mia moglie e mia figlia. Mi sono preoccupato, in tanti anni di test antidoping non avevo mai ricevuto mail: c’era scritto che avevo un valore anomalo e dovevo dimostrare in due settimane se questo proveniva dal mio corpo o meno.
Panico, da un lato ero sereno perché non avevo assunto nulla, dall’altro mi ero detto “chissà di che si tratta, se proviene davvero dal mio corpo”. Parlai col dottore della Virtus, Rizzo, che mi disse che si sarebbe mosso per scoprire di che si trattasse, ma in generale si raccomandò di non preoccuparmi. Mi sono documentato su questo valore HGC su Internet, dove ho trovato inizialmente riferimenti alla gravidanza, poi con una ricerca inerente al campo degli atleti ho trovato un articolo sul calciatore Acerbi, che ha avuto la stessa cosa e la scoprì praticamente nella stessa maniera, cioè tramite un controllo antidoping. Il Dottor Rizzo mi ha detto che saremmo dovuti andare all’Ospedale Sant’Orsola a fare un esame, e ciò che mi aspettavo, dopo aver letto l’articolo su Acerbi, era qualcosa di simile: con l’ecografia si è subito visto, infatti, il tumore. Lì per lì l’ho presa abbastanza tranquillamente: i dottori mi hanno detto che non erano a rischio né la mia vita né la mia carriera, e questo mi ha aiutato parecchio»
[Achille Polonara al podcast Non solo Virtus]