L’arbitro Erich Linemayr era venuto dall’Austria.
Dall’Austria fino in Cile.
Salì le scalette che dagli spogliatoi dell’Estadio Nacional di Santiago portavano al campo, si guardò attorno, c’erano sì e no 15mila spettatori. Portò il fischietto alla bocca, ci soffiò dentro, via, cominciamo.
I giocatori lo seguirono. Quelli del Cile batterono la palla al centro e in quattro iniziarono ad avanzare nella metà campo avversaria verso la porta. Lui, Linemayr, se ne stava alle loro spalle, a controllare il gioco. Un tocco, due tocchi, tre tocchi. Ci furono nove passaggi in tutto per arrivare in area di rigore, finché il pallone passò dai piedi della stella della squadra su quelli del capitano, da Carles Caszely a Francisco Valdés.
L’uomo con la maglia numero 19 e con la fascia al braccio la toccò tre volte indisturbato e poi la mise in porta. Boato della folla. Linemayr indicò il centrocampo. Uno a zero. Gol. A porta vuota.
I giocatori del Cile avevano fatto cinquanta metri di campo senza incontrare nessuno, senza dover dribblare nessuno. Da soli. Con lo spazio vuoto davanti. Fino al tocco in porta. Gli avversari, i calciatori dell’Unione Sovietica, non avevano potuto fermarli. Perché non c’erano. Erano rimasti a casa per protesta. Alla partita di qualificazione per i Mondiali del 74 in Germania, non si erano presentati.
Quel gol era stato una farsa. Quella partita era stata una farsa.
Ma prima – prima della farsa – c’era stato il dramma.
Questa è la storia di Cile-Urss 73 e delle vite delle persone che la abitarono.
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