I viaggi di Ettore Mo per sport

È morto ieri il giornalista Ettore Mo, storico inviato del Corriere della Sera. Aveva 91 anni. Era nato a Borgomanero, in provincia di Novara. Ha seguito le guerre di Iran, Afghanistan e Jugoslavia. Slalom ha raccolto in archivio alcune delle sue incursioni nel mondo dello sport. 

 

Senza troppo viaggiare, in verità, nell’estate del 1981 era all’Arena di Milano per il meeting di atletica leggera e si imbatté in una futura leggenda, Carl Lewis, nella foto pubblicata dal quotidiano in compagnia di Pietro Mennea. Scriveva Mo: 

Dice di essere religioso, prima delle gare prega il Signore che lo faccia vincere e lassù, finora, ha trovato sempre un formidabile alleato: quando lui scatta (siano i 100 metri o il salto in lungo è decisamente il cielo che lo sostiene e lo solleva in alto, per cui non sembra esserci più attrito sulla terra e piedi e gambe e braccia hanno questa qualità alata e irresistibile. Stasera anche Milano lo vedra al lavoro, all’Arena, dove questo negro di vent’anni, Carlton Frederick Lewis, la nuova meteora dell’atletica leggera, si misurera nello sprint con altri campioni di grossissimo calibro.

È alto ma non altissimo. Un corpo asciutto, compatto. Se parte, chi lo ferma? Ma il temperamento è quello di un buon ragazzo, gentile, un po’ schivo e quasi timido, uscito da un buon college americano degli anni Settanta-Ottanta: e dietro non c’è proprio quello che uno s’aspetta, la storia del ragazzo di colore, infanzie tristi e cupe, la miseria, l’alcool, le scazzottate per strada, la marijuana e la siringa, l’inferno dei ghetti.

 

Quattro anni dopo, volò in Inghilterra per la prima giornata del nuovo campionato inglese, la prima dopo la tragedia dell’Heysel a maggio. Mo andò a vedere la partita tra Liverpoool e Arsenal. 

Un quarto d’ora prima dell’inizio della partita, l’arcivescovo di Liverpool, Derek Worlock, invita gli spettatori (40 mila circa), attraverso il microfono dello stadio, a pochi minuti di preghiera e di raccoglimento per ricordare i morti di Bruxelles: ma una parte del pubblico, nel settore stipatissimo del tifosi, manifesta subito segni di insofferenza per quelle parole che incrinano l’atmosfera euforica della giornata e il sermone del prelato giunge alla folla smozzicato e confuso. Segue quindi l’intervento del vescovo anglicano, monsignor David Sheppard, che sollecita i presenti a intonare con lui un inno religioso, Abide with me (Resta con me): un inno che i frequentatori dei campi di calcio cantano sovente da quando fu eseguito a Wembley (se non erriamo) alla presenza di re Giorgio V. Non c’è bisogno d’accompagnamento – dice il vescovo prima di “attaccare” -, tutti lo sappiamo. Ma l’inno si ferma alle prime battute, perché

pochi si sono uniti al prelato: e perché la sua voce solitaria è subito sommersa dal clamore.

Lo stadio di Anfield, parve a Ettore Mo, “un fabbricone che torreggia sopra un’isola di case a due o tre piani, longeve, con la storia della rivoluzione industriale scritta sui muri. La mattina è dolce e i bambini e i vecchi vanno ad accovacciarsi nel sole davanti agli ingressi riservati ai minori di 16 anni e agli anziani. Ma la maggior parte si infila nei pub, che hanno appena aperto (alle 11) i battenti. Lungo la Walton Breck Road, in un solo chilometro, ne ho visti cinque. Tutti eguali, all’interno: un odore d’antico, l’arredamento dei tempi della regina Vittoria. Chi li frequenta si porta addosso la stessa aria di depressione e decadenza. È questa la gente che, tra un paio d’ore, attraverserà la strada e andrà a vivere i suoi soli momenti di gloria della settimana sulle gradinate del tifo. È facile per i sociologi sostenere che la violenza negli stadi ha le sue radici nelle condizioni di vita di un sottoproletariato, che è tra i più depressi d’Europa.

 

 

Il non-viaggio più breve che fece fu restare in Arona, il suo nido, quando il Giro d’Italia del 2001 passò dal Mottarone. Mo era là. Raccontò: Il Mottarone, per noi aronesi, è meta di scampagnate estive riservate soprattutto ai turisti. Ti dicono che da lassù vedi tre o quattro laghi, il Maggiore appena li sotto, il Cusio e, se non erro anche quello di Varese. Tre pupille azzurre che occhieggiano nel verde delle colline e della montagna. Ma il Mottarone che ho visto ieri era tutt’altra cosa. Pioveva e c’era una nebbia così densa, una foschia cosi funerea, che pareva d’essere entrati in un tunnel o dentro una atmosfera notturna perenne.

I grandi tifosi hanno sfidato l’inclemenza del tempo e vedevi piccoli gruppi sotto gli ombrelli, ai margini della strada, o sulle radure, o accalcati quasi nel folto dei boschi. I più audaci erano saliti in bicicletta fino alla sommità del Gran Premio della montagna.

Lì era condensato il gruppo più nutrito dei fans e noi, che eravamo appena sotto di qualche metro, ci siamo resi conto che i fuggitivi avevano raggiunto il traguardo da un urlo che si è diffuso per la montagna, ma che la pioggia e la foschia hanno subito attutito. I corridori erano stralunati e fradici e ciò che metteva più paura era quando discendevano a 70-80 all’ora su quelle curve micidiali e sull’asfalto scivoloso che lasciava temere paurose cadute collettive.

Per fortuna non è stato così. Ma sono sceso dalla vetta del Mottarone con un senso profondo di angoscia e allo stesso tempo con un sentimento ancora più grande di

ammirazione per questo sport

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