La strage di Monaco dai giornali del 1972

La follia, mio signore, come il sole se ne va passeggiando per il mondo

William Shakespeare

 

       5 settembre 1972 Decimo giorno delle Olimpiadi di Monaco di Baviera. Il più nero nella storia dei Giochi. L’azione di un commando di terroristi arabi porta all’uccisione di due atleti di Israele, altri nove sono tenuti in ostaggio fino a sera, fino al tentativo di fuga che all’aeroporto diventerà una strage. Questo è il racconto di come i contemporanei vissero l’episodio, sulla scorta delle ricostruzioni dei quotidiani del giorno dopo, fatalmente parziali, in qualche caso corrette nei giorni successivi. La mattina del 6 settembre non tutti i giornali riuscirono a dare notizia completa della morte durante la notte di tutte le persone coinvolte. I brani d’archivio sono accompagnati da alcuni frammenti dei pezzi rievocativi pubblicati in questa settimana. 

 

L’ultima sparatoria, con il fuoco da una parte e dall’altra, durò all’incirca un’ora. Nel buio dell’aeroporto, intorno a mezzanotte, comandarono le voci e i rumori, le grida e le armi. Quando tutto all’improvviso tacque, furono lanciati alcuni razzi, gialli, rossi, bianchi, a uno a uno vennero riaccesi i fari delle torrette, e la scena apparve chiara, con i corpi immobili a terra e i cani poliziotto che abbaiavano ancora, battendo i boschi. Ma tutto questo – questo viene dopo. 

 

Venti ore prima, all’alba del cinque settembre, le armi sono invece dentro il Villaggio olimpico. Una raffica di mitra uccide un atleta e un giudice di gara che hanno provato a reagire all’irruzione del commando nella palazzina di Israele. L’ora esatta  dell’assalto, per molto tempo, resterà poco chiara.

I viali del Villaggio portano i nomi di grandi atleti. Ce n’è anche uno dedicato all’italiano Nedo Nadi. Verso le cinque del mattino, a Connollystrasse, due addetti ai telefoni che rientrano dal loro turno, scorgono due persone che portano valigie pesanti. Non vi fanno caso: pensano che siano degli sportivi in ritardo.

Gli israeliani alloggiano in una palazzina a tre piani. Stanno dormendo. È sveglio solo l’allenatore di lotta, si chiama Moshe Weinberg, ha trentacinque anni, fa il poliziotto, è forte, deciso. Intuisce al volo cosa sta succedendo. È la sua condanna. Muore sul colpo, ucciso, prima che si scateni una furibonda lotta, con gli altri.

 

Alle sette l’allarme è diffuso in tutto il villaggio, la polizia sta arrivando in forze, nessuno può più entrare. Gli alloggi accanto alla palazzina dove i terroristi si sono insediati, vengono fatti sgombrare. È tornato un silenzio irreale, dopo lo scoppio di fuoco nel cuore della notte, su questo villaggio gremito di giovani, dai balconi fioriti di gerani, con bandiere a tenui colori che ondeggiano al vento, racconta La Stampa

Con un altoparlante la polizia chiede di entrare in contatto con i terroristi, almeno per poter portar via il cadavere. La risposta è gelida: da qui non si muove nessuno. 


IL VILLAGGIO OGGI – “Il civico 31 di Connollystrasse. Oggi è la foresteria della società Max Planck, una delle principali istituzioni tedesche nell’ambito della ricerca di base, cinque decenni fa era la casa della delegazione israeliana. Un cartello blu riporta l’invito, in tedesco e in inglese, a non offendere la privacy degli ospiti, mentre su una lapide sono incisi, in tedesco e in ebraico, i nomi degli 11 israeliani morti” [Mario Nicoliello, Avvenire, sabato]


Un’ora dopo – sono le otto – secondo il resoconto di Sergio Neri sul Corriere dello sport – i ciclisti italiani escono dalle palazzine per andare all’allenamento. Stanno preparando la corsa su strada, dopo la grossa delusione di qualche giorno prima nell’inseguimento a squadre su pista. Gli viene comunicato che al loro ritorno dovranno evacuare la stanza e prendere alloggio altrove. Francesco Moser, avvicinato all’uscita, dice di ricordare di  aver sentito qualche colpo nella notte, forse erano le quattro, ma racconta di non aver dato peso alla cosa. Non ha immaginato che stesse accadendo qualcosa di grave e ha continuato a dormire.

 

Sono le nove. L’esecutivo del CIO è riunito per prendere una decisione. Lo schieramento della polizia è ora massiccio. Il Villaggio è circondato da una catena di gendarmi armati di

mitra. Dall’ingresso centrale escono di tanto in tanto gli atleti che vanno alle gare. Molti sono inconsapevoli. Esce anche Mark Spitz, il poster di queste Olimpiadi. È un ebreo americano. È appena diventato il primo nella storia ad aver vinto una settima medaglia d’oro. Sta andando a una conferenza stampa all’hotel Sheraton, dove aspetta di rispondere a domande sul suo trionfo e sul suo futuro. Ha affidato la cura della propria immagine all’ex manager di Johnny Weissmuller, il nuotatore diventato Tarzan cinquant’anni prima. Immagina che stiano per aprirsi le porte di Hollywood anche per lui, cresciuto da suo padre nell’ossessione per il nuoto. Non immagina di trovare quello che chiamerà un pandemonio. Sarà per lui una disfatta mediatica. Il New York Times scrive: Abbiamo un campione che vuole parlare di medaglie e di cinema mentre si consuma una strage

 

Sono le nove e mezza. I guerriglieri hanno lanciato da una finestra un foglio scritto a macchina, in inglese, con le loro richieste. Ce n’è una preliminare, definita strana. Vogliono essere raggiunti da un loro conoscente che abita a Monaco. È un cittadino del Sudan. Deve presentarsi al villaggio e fare da intermediario. Una notizia diventa ufficiale. C’è un morto. Secondo alcune fonti, dei testimoni lo hanno visto a terra, in una pozza di sangue. Altri scrivono che il suo cadavere è stato portato fuori, avvolto in un lenzuolo bianco. La Croce Rossa si fa avanti per offrire soccorsi. A quell’ora si dice dell’esistenza di un secondo ferito, individuato in Weissenstein, un fiorettista. Nella ricostruzione dei due giorni successivi, la sua arma di gara risulta essere stata impugnata per difendersi durante l’aggressione. Sarebbe la causa delle ferite rinvenute sui corpi dei fedayn. 

In serata arriverà una doppia correzione. Non è Weissenstein, ma il pesista Yosef Romanò e lo hanno ammazzato. I morti sono già due, ma a quest’ora non si sa.

 

Sono le dieci del mattino e un dirigente della squadra di Hong Kong esce dal Villaggio per una testimonianza e dei dettagli. Alloggia nella stessa palazzina degli israeliani, dice di aver sentito del trambusto e degli spari, saranno state forse le quattro. Si è affacciato alla porta e un giovane sui vent’anni gli ha ordinato di rientrare e farsi i fatti i suoi. Ha gridato ai suoi atleti di restare ai loro posti e non affacciarsi alla finestra. Ha sentito nuovi colpi di pistola, si è riaffacciato, ha avuto la stessa risposta di prima, ma ha fatto in tempo a vedere del sangue. Dopo un lungo periodo trascorso nel terrore, ha sentito i guerriglieri entrare nelle loro stanze. Si è offerto di restare in ostaggio, in cambio della incolumità degli atleti. Lo ascoltano. Un’ora dopo lo lasciano andare, facendogli scavalcare la balaustra di una terrazza.

Sergio Neri sul Corriere dello sport scrive nella sua ricostruzione che le informazioni si accavallano ed è impossibile controllarle”. Un reporter di una televisione statunitense non precisata riesce ad avvicinarsi alla palazzina e trasmette immagini della residenza, che in quel momento sembra disabitata. Neri le definisce agghiaccianti”. Dal terrazzo posteriore s’affaccia un uomo di mezza età. Fa dei cenni con le braccia come per dire che sono prigionieri, poi rientra.


L’INADEGUATEZZA La crisi sarebbe stata gestita da Hans Genscher, ministro degli Interni, e Manfred Schreiber, comandante della polizia del governo regionale della Baviera. Ma non avevano la minima idea di come farlo. Non avevano capacità di negoziazione, non capivano il conflitto israelo-palestinese e le forze di polizia inviate sul posto erano inesperte. Non avevano un vero piano; il loro equipaggiamento era inadeguato” [Yossi Melman, Repubblica, mercoledì scorso]


Sono le undici del mattino. È giunto il ministro dell’Interno, il governo prende il comando delle operazioni. Il questore di Monaco conferma che una persona è morta e che sua madre sta arrivando per il riconoscimento del cadavere. Le autorità tedesche, rappresentate dal capo della regione bavarese Goeppel, hanno di nuovo chiesto per umanità di poter recuperare il corpo di Weimberg. Questa volta la richiesta è stata accettata.

I terroristi, spiega il questore, hanno posto condizioni di impossibile realizzazione in breve tempo. Con il foglietto che hanno lanciato dalla finestra, hanno chiesto la liberazione di duecento prigionieri detenuti a Tel Aviv, entro mezzogiorno, oppure procederanno alla fucilazione degli ostaggi. Il questore dice che sono egiziani, poi si corregge: non egiziani, arabi. Il governo di Tel Aviv è riunito in seduta straordinaria. Il numero degli ostaggi è imprecisato: forse sono nove, forse sono ventidue. Il questore dice di non conoscere neppure il numero dei guerriglieri. Cinque, ventuno, non si sa.

Una seconda testimonianza arriva da un atleta uruguayano che ha visto un guerrigliero in volto e gli è parso che fosse dipinto. Il dettaglio, secondo chi indaga sul posto, fa propendere per la sua appartenenza al gruppo terroristico Settembre Nero. Dice pure d’aver visto arrivare degli uomini con delle cassette che probabilmente contengono esplosivo. 

Dall’edificio dove alloggiano gli italiani, si scorgono persone che passeggiano avanti e indietro, nervosamente, mai più di due alla volta. Il mezzofondista Fiasconaro e l’astista Dionisi racconteranno di aver scorto i terroristi a più riprese, quasi avrebbero potuto rivolgere loro la parola.

È il momento in cui si diffondono due versioni sulla modalità di ingresso al Villaggio. Una attribuisce ai fedayn dei complici tra gli atleti di qualche delegazione araba. Un’altra ritiene che si siano serviti di cartellini contraffatti dell’azienda di pulizie. Una nuova testimonianza fa chiarezza. Sono entrati semplicemente scavalcando il muro. Hanno avuto anche un aiuto da chi credeva che fossero atleti in ritardo, reduci da una scappatella in città. La stampa israeliana inizia a muovere accuse all’organizzazione e alla polizia tedesca. Uno degli inviati appare al telegiornale tedesco per criticare il servizio d’ordine. Molti ricordano che Casa Israele, a Città del Messico, era sorvegliata giorno e notte da agenti travestiti da giardinieri o da spazzini: la pistola che spuntava dalla tasca posteriore dei pantaloni li tradiva. 


LE SCUSE E L’INDENNIZZO – Il presidente della Repubblica Federale, Frank-Walter Steinmeier, chiederà per la prima volta ufficialmente scusa a nome della Germania per tutti gli errori compiuti allora e soprattutto per il lungo rifiuto delle autorità tedesche di fare piena chiarezza sui fatti e riconoscere le proprie responsabilità, indennizzando adeguatamente i parenti delle vittime. Ad ascoltarlo ci saranno il capo dello Stato d’Israele Yitzhak Herzog e i rappresentanti delle famiglie, che per anni hanno condotto una lunga battaglia legale contro Bonn e poi Berlino scontrandosi contro un muro di gomma Dopo lunghe trattative, lo Stato tedesco ha offerto di pagare a parenti ed eredi degli atleti uccisi 28 milioni di euro” [Paolo Valentino, Corriere della sera, stamattina]


 

È mezzogiorno. Tremila poliziotti armati sono intorno al Villaggio, Molti sono entrati e la palazzina è circondata. Dentro ci sono anche dei tiratori scelti con fucili dotati di cannocchiale. Arrivano al Villaggio cinque autoblindo della polizia. È una delle foto stranianti del giorno: la bandiera bianca con i cinque cerchi che sventola accanto a uno strumento di guerra. I controlli diventano rigorosi. Chi dovesse forzare il blocco, rischierebbe l’arresto immediato.

In questo momento della giornata, secondo le ricostruzioni del giorno dopo, il governo tedesco offre ai terroristi una cifra illimitata di denaro, a patto che gli atleti vengano subito rilasciati. Da Bonn si dicono pronti a scambiare gli ostaggi con altri volontari tedeschi.

La risposta è negativa. Il commando vuole la liberazione dei duecento. Quando a mezzogiorno scade l’ultimatum, offrono un’altra ora di tempo.

 

È l’una del pomeriggio, allora, seconda scadenza dell’ultimatum. Un secondo foglio viene fatto scivolare attraverso una finestra. I terroristi chiedono tre aeroplani per partire con gli ostaggi e una dichiarazione scritta che faccia ricadere sulla Germania ogni responsabilità civile e penale di futuri incidenti. Un allenatore israeliano di sollevamento pesi racconta come sia miracolosamente scampato alla cattura, calandosi da una finestra. Ha fatto in tempo a scappare quando ha sentito i primi rumori. La sua testimonianza consente di avere i nomi degli ostaggi. La versione si rivelerà precisa solo in parte. L’uomo svela che il comitato olimpico di Israele aveva preso alcune misure di sicurezza. Il comitato internazionale invece è in pieno caos, incapace di mettere fine alle gare, che sono regolarmente cominciate, nonostante tutto. 

 

Al Centro stampa appare Primo Nebiolo, presidente della federazione atletica leggera. Dice che nel settore italiano l’ambiente è tranquillo, gli atleti sono così sereni che sono andati a giocare a minigolf. Le semifinali del torneo individuale di spada si tengono nel silenzio generale, di pubblico e atleti. Senza applausi, senza esultanza. Il pubblico si guardava bene dal sottolineare ogni assalto vittorioso – scrive il Corriere della sera nella sua cronaca – e gli stessi atleti si comportavano come se avessero fretta di terminare il proprio impegno. Il loro pensiero era altrove, al villaggio. Un silenzio impressionante.

Sul campo di Kiel, dove si disputa la sesta e penultima regata del torneo di vela, l’equipaggio israeliano di Michaeli Yair e Nir Izchak ha preso regolarmente il via nella classe Flying Dutchman. Sono arrivati al traguardo ventesimi e si sono accasciati sull’imbarcazione, tenendosi la testa tra le mani e scoppiando in un pianto dirotto. Sono stati subito prelevati di forza dalla polizia tedesca e scortati fino ai loro alloggi. 

Al torneo di lotta greco-romana, si sono fermati tutti spontaneamente. Il programma prevedeva l’incontro del diciottenne Mark Slavin, lottatore israeliano. Quando la giuria non lo vede arrivare, la verità è drammaticamente lampante. È uno degli ostaggi. Lo aspetteremo, dicono arbitri e avversari. Gli viene risparmiata la sconfitta a tavolino. Non arriverà mai. 


ANDARE AVANTI – «Credo che la scelta del 1972 fosse sensata e quindi l’unica possibile. Un conto è interrompere o ritardare per il lutto, come è successo dopo i fatti del Bataclan, per esempio, un altro è chiudere e scappare. Andare avanti è il segnale da dare a chi crede di poterti terrorizzare e lo sport ha il potere di portare un messaggio di unità e globalità. Si muove contro i gesti osceni» 

  Il 6 settembre si gioca Usa-Italia e due giorni dopo la partita contro Cuba che valeva il terzo posto. Due sconfitte. Con che spirito avete affrontato quelle sfide?

«Non eravamo condizionati. Onestamente non so più dire con che spirito siamo scesi in campo, di sicuro era sparita la bellezza. In quel Villaggio poi c’erano persino i teatri, i locali notturni e di colpo il silenzio. La mattina prima ti sedevi a colazione tra un cinese e un australiano e quella dopo ognuno tra le proprie tute. Per nazioni. Stretti. Una claustrofobia iniziata quando il nostro bus si è spinto contro il muro per lasciare lo spazio tra noi e i convogli con i fedayn in uscita. Un impatto a lungo termine».  [Dino Meneghin, intervistato da Giulia Zonca, La Stampa, stamattina]


 

Sono le tre del pomeriggio e nel palasport che ospita gli incontri di basket, si sarebbe dovuta giocare la partita tra le Filippine e l’Egitto, per il torneo di consolazione, le finali dal dodicesimo al sedicesimo posto. Ma i giocatori filippini e i due arbitri non vedono arrivare gli egiziani. Allo scadere della mezz’ora di tolleranza prevista dal regolamento, l’arbitro dà partita vinta alle Filippine per ritiro. Gli egiziani si fanno vivi al telefono per scusarsi, stanno lasciando Monaco in aereo per non rischiare di essere coinvolti in manifestazioni di ritorsione. Il giorno dopo, il Corriere della sera scrive che in Germania è scoppiata l’arabofobia. 

 

Sono quasi le quattro, adesso, e l’ultimatum sta per scadere. Si ha il timore che i terroristi non sappiano più come uscire dalla situazione. Secondo alcune versioni, ci sono stati altri due morti. La certezza è che la Croce Rossa non può giungere a portare soccorso: i terroristi l’hanno bloccata minacciandola con le armi. L’ultimatum slitta ancora di un’altra ora. La situazione si fa sempre più tesa. Ai suoi ultimi giorni da presidente del CIO, Brundage si decide finalmente a sospendere le gare. Le gare, non i Giochi. L’Olimpiade continua, riprenderà l’indomani alle 14 e chiuderà con un giorno di ritardo. 

La partita di calcio tra Germania e Ungheria è il primo evento che viene bloccato. D’accordo con Herr Daume, il capo dell’organizzazione, il presidente del CIO annuncia per l’indomani mattina una cerimonia funebre allo stadio Olimpico. Da Tel Aviv, il governo di Golda Meir riunito in seduta permanente, ufficialmente invia un messaggio di ringraziamento. Una diretta tv americana svela la presenza di cecchini della polizia sui tetti. Dall’interno non giungono più segnali. Le finestre sono chiuse e i vetri sono oscurati da tendine.


IL SAGGIO –La Germania rifiutò la proposta del governo israeliano guidato da Golda Meir di inviare un reparto speciale a tentare un salvataggio e, dopo un goffo intervento della polizia bavarese, la storia finì con la morte degli 11 atleti, di cinque terroristi e di un poliziotto. «Il contenimento della sicurezza è un’idea bellissima: ma non si può mettere in pratica senza avere anche un piano b», dice al Foglio Sven Felix Kellerhof, senza fare sconti alla Germania. Storico del nazismo e giornalista, Kellerhof è l’autore di “Anschlag auf Olympia” (Attacco a Olimpia), un saggio appena uscito dal sottotitolo eloquente Cosa è davvero successo a Monaco nel 1972. «A differenza di altri non mi sono concentrato sui testimoni ma sugli atti del governo, della polizia federale e di quella bavarese, consultando circa 10 mila incartamenti». Il quadro che ne esce è devastante. Si comincia con Udo Albrecht e Willi Woss, due neonazisti tedeschi che, in una riedizione del patto antisemita del 1941 fra Hitler e il gran mufti palestinese Amin al Husseini, «aiutarono i terroristi portandoli da Parigi a Colonia e consegnando loro le armi. Il loro aiuto fu essenziale» [Daniel Mosseri, Il Foglio, sabato]


  

Intanto sono le cinque ed è scaduto di nuovo l’ultimatum. Un portavoce del governo tedesco considera che la tattica è giusta, sta funzionando. Gli arabi sono sotto pressione, si stanno stancando. Il loro procedere a singhiozzo viene interpretato dalla polizia come un segno di debolezza. Sarebbe l’evidenza della loro incertezza sulle prossime mosse e sulla mancanza di un leader. Dalle palazzine intorno a quella di Israele hanno sloggiato le squadre del Dahomey. dello Zambia, di Hong Kong, dell’Uruguay, della Bolivia, dell’Argentina e del Togo.

 Dove prima c’erano i gerani – scrive Carlo Moriondo per La Stampa – ora spuntano caschi di acciaio e bocche di moschetti.

Alle sei nessuno più sta gareggiando e l’ultimatum viene prorogato di nuovo, fino alle nove della sera, in una guerra dei nervi che logora chi assiste – continua il giornale torinese – e che deve essere una tortura tremenda per i prigionieri e persino per i terroristi. Quando scende la notte, al Villaggio si accendono i fari. Nel cielo si alzano gli elicotteri, l’incubo raddoppia. Le geometrie delle palazzine illuminate dalle stazioni fotoelettriche sono spettrali. 


L’INCONTRO – «Le nostre palazzine, italiana e israeliana, erano confinanti. L’attacco terroristico iniziò all’alba, ma noi non ci accorgemmo di nulla. Al risveglio ci informarono di quanto stava accadendo. Fu uno choc. Dovevamo giocare il 6 settembre la semifinale con gli Stati Uniti e in quella mattinata regnò il caos totale. La diretta tv fu un altro errore tra i tanti che furono commessi: i terroristi videro in tempo reale che si stava preparando un blitz per liberare gli ostaggi. In altre aree del villaggio olimpico la situazione era tranquilla. Un’atmosfera surreale. Nel pomeriggio andammo ad allenarci e fu al rientro che avvenne l’incredibile incontro. Il nostro bus incrociò i pulmini che trasportavano ostaggi e terroristi verso l’aeroporto. Ci bloccarono e ci fecero scendere, ordinando di ripararci dietro a un muro. Vedemmo passare la colonna di mezzi. Furono momenti di paura e di angoscia». [Dino Meneghin, intervistato da Stefano Boldrini, Il Messaggero, stamattina]


La svolta drammatica di una drammatica giornata arriva alle dieci della sera, quando le lunghe trattative dietro le quinte tra il ministro dell’Interno e i terroristi giungono a un accordo. I guerriglieri c gli ostaggi vengono lasciati partire per il Cairo con un aereo tedesco e con una personalità del governo federale come ostaggio. Si è offerto per questo Conrad Ahlers, portavoce di Bonn, un ex-paracadutista. Dieci minuti dopo le undici di sera, escono dalla palazzina cinque terroristi, con una maschera rossa sul viso, e i nove ostaggi catturati al mattino. I prigionieri hanno le mani legate dietro la schiena. Una decina di poliziotti, disarmati, ne seguono lo spostamento dai lati della strada, senza intervenire. 

Sul piazzale davanti all’edificio degli israeliani, pochi minuti prima erano atterrati due elicotteri della polizia. Uno accoglie due terroristi e quattro prigionieri, gli altri salgono sul secondo. Non si dirigono al vicino aeroporto di Riem, come all’inizio sembrava. Vanno invece verso il campo militare di Fuerstenfeldbruck, dista una quarantina di chilometri. 

 

Al Villaggio olimpico, la polizia si precipita dentro la palazzina degli israeliani. Al piano terra, trovano il corpo di Yosef Romano, il secondo uomo ucciso in mattinata. Dal piano superiore, si sentono dei lamenti. Sono quelli di tre terroristi arabi, scrivono i giornali l’indomani mattina, abbandonati sul pavimento dai loro compagni, gravemente feriti a coltellate. Non hanno ancora idea che si sono salvati così.


LA MENTE – Dire quello che accadde nelle ore successive in quelle stanze e sul breve spazio prospicente non somiglia a un film d’azione ma da un lato al più orribile massacro, che condusse alla morte disumana degli undici sportivi, uno fu perfino evirato. E dall’altro a un balletto senza senso di decisioni mancate, di conferenze stampa degli assassini che mangiano e ridono per i fotografi, senza che le forze dell’ordine tedesche cerchino di fermarli. In un film una poliziotta tedesca flirta con un terrorista, mentre dentro le stanze gli atleti vengono fatti a pezzi. 

Anche questo attentato, come quello che a Roma uccise il bambino Stefano Tache alla Sinagoga di Roma nel 1982, era stato concepito da Mohammad Daoud Oudeh, «Abu Daud»: il terrorista ha raccontato come la cosa gli balenò in un caffè della capitale, e di come addestrò in Libia i palestinesi. Tre terroristi catturati furono liberati in uno scambio che coinvolgeva, guarda caso, un aereo della Lufthansa. Fantastico ancora, a ripensarci, che con un lacrimoso discorsetto di circostanza Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico, spiegasse che le Olimpiadi non sarebbero state interrotte. Di nuovo a Monaco si andava avanti sul corpo straziato del popolo ebraico, e così ha fatto per anni anche il Cio [Fiamma Nirenstein, Il Giornale, oggi]


 

Alle undici e mezza, i due elicotteri si posano sulla pista. I terroristi e gli ostaggi sono attesi da un «Boeing» fermo a poca distanza. Due guerriglieri salgono a bordo, per controllare che tutto sia in ordine. Quando appaiono di nuovo al portello, si spengono tutte le luci e inizia il fuoco. 

Alle tre di notte, tutte le notizie piene di ottimismo diffuse qualche ora prima sono sparite. Le autorità comunicano che i palestinesi hanno fatto saltare un elicottero con una bomba. Il sindaco di Monaco dice che un poliziotto è state ucciso e che un pilota è ferito gravemente. Un portavoce governativo conferma che i tiratori scelti appostati nel campo di atterraggio degli elicotteri hanno aperto il fuoco poco dopo che i mezzi si erano posati al suolo. Ma a causa dell’oscurità, non tutto è andato per il verso giusto. Colpire i terroristi è stato più difficile del previsto perché I piloti dell’elicottero sono stati costretti a rimanere in piedi davanti a loro, come scudi, durante l’ispezione al Boeing 727. Quando i cecchini hanno aperto il fuoco, riferisce la polizia ai giornali, i fedayn hanno fatto lo stesso contro gli ostaggi. Uno degli arabi si è ucciso facendosi esplodere addosso una bomba a mano. 

L’Olimpiade va a dormire con diciassette cadaveri. Il giorno dopo si torna a gareggiare. 


LE VITTIMEDavid Berger, 28 anni, sollevamento pesi, nato negli Stati Uniti. Ze’ ev Friedman, 28 anni, pesista, nato in Polonia, sopravvissuto alle persecuzioni naziste. Eliezer Halfin, 24 anni, lottatore, nato in Unione Sovietica. Yossef Romano, 31 anni, pesista, nato in Libia, tre figli, veterano della guerra dei Sei giorni. Mark Slavin, 18 anni, lottatore, nato in Unione Sovietica.

Quattro allenatori: Amitzur Shapira, 40 anni, di atletica, padre di quattro figli. Kehat Shorr, 53 anni, tiro a segno, rumeno di nascita: aveva perso la moglie e una figlia durante la Shoah [da Avvenire di oggi]; André Spitzer, 27 anni, scherma, nato in Romania anche lui, padre di una bimba di pochi mesi. Moshe Weinberg, 33 anni, lotta greco-romana. 

Due arbitri: Yossef Gutfreund, 40 anni, di lotta greco-romana, due figlie. Yakov Springer, 51 anni, sollevamento pesi, nato in Polonia, unico sopravvissuto della sua famiglia alla Shoah. 

Un poliziotto di Monaco: Anton Fliegerbauer.


GLI ANNI CON IL

I pareri della mattina dopo

 

I controlli saltati sulle barriere di cartavelina

di giovanni arpino, La Stampa

 

Tutti sanno che non potrà essere ricucita una ferita così lancinante. Tutti recriminano sulla mancanza di controllo, di tutela: perché la festa di ieri si è voltata in dramma grazie all’indulgenza degli organi di sicurezza. Per quasi una settimana gli organizzatori — dai capintesta all’ultimo poliziotto travestito con una divisa verdolina — avevano opposto ogni sorta di sbarramento per rendere difficile l’accesso al villaggio olimpico. Non bastavano tessere di accreditamento, lasciapassare, permessi in tre lingue. Poi è subentrato un clima di laissez faire, d’ingenuo ottimismo. Giunta all’apice del successo, ravvolta entro una cornice di pubblico esilarato e carico di stimoli festosi (settecentomila persone passeggiavano domenica scorsa entro il recinto dell’«Olympia Park») pareva che l’Olimpiade sapesse proteggersi da sola, con il prestigio che era in grado di esprimere. Anche gli attentati erano stati previsti dai pianificatori dei Giochi. Ma un gruppetto di uomini armati è riuscito a penetrare di notte nel villaggio olimpico forzando barriere di cartavelina, favorito dal rilassamento collettivo, dalla presunzione che — ormai — nulla e nessuno avrebbero osato offendere una realtà così imponente. E invece il terreno e i personaggi del villaggio olimpico continuavano a costituire un obbiettivo di smisurato richiamo. Forse questi Giochi muoiono per il gigantismo che li ha concepiti e per l’insipienza di chi credeva di poterli amministrare soltanto con i numeri, l’efficienza tecnica e lo spauracchio d’un perfezionismo che invece non ha tenuto nel debito conto i mali e gli odii chiusi entro l’umanità d’oggi. Un attacco crudele e premeditato a questa Olimpia — terreno ideale e neutrale — nessuno voleva metterlo in bilancio. E oggi è l’umanità intera che ne paga le conseguenze, oltre alle vittime di Monaco. Quello che pareva un angolo di fantascienza (ma a portata di mano, comprensibile), e cioè il villaggio, con tutti i suoi spigoli aguzzi di cemento e i suoi balconcini degradanti e le sue bandiere, da stamane sembra una squallida kasbah abbandonata, schiacciata dal silenzio e da un sole che ha fatto piovere per ore ondate di appiccicosa calura. 

 

La strana mattina di Mark Spitz

di lietta tornabuoni, La Stampa

Il bersaglio ideale dei terroristi poteva essere lui: il campione ebreo più popolare del mondo, il conquistatore ebreo della Germania, il vincitore ebreo di sette medaglie d’oro e delle Olimpiadi. Ma Mark Andrew Spitz di Carmichael, California, non perde la calma. Alle nove del mattino, eccolo nonostante tutto all’appuntamento con una folla di giornalisti e con un gruppo di bambini: come era previsto, secondo i programmi stabiliti. I cadaveri israeliani sono ancora lì, il villaggio olimpico è terrorizzato, chiusi nel loro rifugio i terroristi spiano i movimenti degli ostaggi ebrei e, attraverso la televisione, le mosse del nemico. L’olimpica «routine» è sconvolta, persino gli sportivi esperantisti che dovevano tenere una loro conferenza ci hanno rinunciato in fretta: l’ideatore dell’esperanto, dottor Zamenhof. era ebreo, meglio non correre rischi. Spitz invece è puntuale, e neppure nervoso. Bambini «d’ogni razza e nazionalità» hanno coniato per lui una ottava medaglia d’oro: e Spitz è venuto, puntuale, a ritirarla. Tra un’ora la polizia tedesca, isterizzata, ritirerà lui facendolo scomparire prima in una caserma, poi in una clinica e alla fine, caricandolo su un aereo diretto in California. 

La bella faccia baffuta, così simile a quella di Omar Sharif quando Omar Sharif era bello e aveva ventidue anni, è uguale a sempre. Gli occhi sono compresi, ma calmi. Le spalle larghe, le braccia lunghissime, le mani che paiono racchette da ping-pong non rivelano guizzi di tensione. Discorre quietamente: ogni tanto sorride un po’. Quando da dieci anni ti alleni non soltanto a vincere gli altri, ma anche a sconfiggere e respingere ogni possibile turbamento esterno, alla fine ci riesci: la superstar di Monaco conquista stamane un’altra medaglia, quella dell’autocontrollo, dell’autodisciplina. Oppure della impermeabilità egocentrica. Quattro anni fa, probabilmente, avrebbe reagito in modo diverso. Quattro anni fa diventava pazzo di rabbia se un compagno di squadra alle Olimpiadi del Messico gli gridava brutale: «Vuoi intascare l’oro tutto tu, ebreo?». 

Quattro anni fa era soltanto diciottenne, soffriva di repentini collassi di volontà e perdite di concentrazione, si esaltava, si avviliva, si eccitava di sdegno o di entusiasmo. Era ancora il ragazzo che dalla spiaggia di Waikiki correva verso l’oceano, dice la madre, «come se volesse tentare il suicidio», e al quale il padre ingegnere ripeteva: «Nuotare non è niente. Vincere si, è qualcosa». È colmo di pacata sicurezza di sé, maturato sulla via del distacco, nell’esercizio essenziale della concentrazione: «One minded man», dicono gli americani, un tipo che pensa a una cosa sola. La sola a cui pensare è vincere: e ormai, anche se le Olimpiadi verranno interrotte, anche se c’è gente morta e angosciata, anche se i morti sono ebrei come lui, Spitz ha vinto

 

L’illusione dell’Olimpiade è tramontata

di antonio ghirelli, Corriere della sera

 

“Allevati scientificamente alla scuola dell’odio, concentrati schizofrenicamente sull’obiettivo esclusivo dello sterminio di Israele, resi persuasi dell’inesistenza di ogni altro valore morale fuori della loro causa, i fanatici dell’attentato e del ricatto non hanno esitato a colpire al cuore, questa volta, anche lo sport. Non li ha commossi lo spettacolo della gioventù di tutto il mondo che si ritrovava in decine di superbe e leali competizioni, non li ha placati la decisione rivoluzionaria ed inequivocabile dell’esclusione da Monaco del razzisti rhodesiani, tanto meno poteva ammansirli la sublime utopia olimpica della fratellanza universale.

Più forte di tutto è stata la tentazione del gesto provocatorio, del clamore propagandistico, l’orribile tentazione della rappresaglia. Lo sport, il confronto sereno che obbedisce alle regole e che ignora lo stesso risentimento, non poteva trovare udienza presso gli uomini del Settembre nero che hanno fatto saltare in aria interi apparecchi senza battere ciglio e che, ancora pochi giorni fa, avrebbero dato fuoco senza tremare ad un’intera città se l’attentato all’oleodotto di Trieste fosse riuscito fino in fondo. Semmai, la manifestazione olimpica era fatta per fomentare il loro delirante furore, traboccante com’è di vita, di felicità, di serena innocenza, “alienante” come la considerano anche tanti intellettuali di casa nostra, come Hitler considerava tutta l’arte moderna, come Stalin considerava Bulgakov, Majakowski, la Chmatova, Pasternak.

Lo sport non ha il diritto, dunque. di ritenersi oltraggiato più di tante altre espressioni dell’umana convivenza, dalla rabbia sanguinosa dei settari. Ha, semmai, il dovere di aggiungere la sua testimonianza a quella che gli uomini liberi, tutti gli autentici democratici, tutta la gente civile porta contro l’intolleranza e la violenza. Ha il dovere di riconoscere la propria immagine più genuina in un mondo pacifico, unito, liberato dall’incubo dell’odio e del fanatismo. L’illusione che sia possibile chiudersi in una isola senza approdi, si chiami essa indifferenza o villaggio olimpico, è definitivamente tramontata ieri mattina, a Monaco di Baviera, quando due ebrei sono stati uccisi e nove ragazzi poco più grandi di Anna Frank sono caduti nell’agguato delle nuove SS che nascondono il loro vile sadismo dietro la sacra bandiera dell’indipendenza palestinese

 

Il guerrigliero che fuma piano

di eddy ottoz, Corriere della sport

 

“Riusciamo a salire sul tetto della delegazione italiana, a 30 metri dallo sbarramento, in compagnia di un poliziotto munito di radiotelefono e potente binocolo: di qui possiamo dominare la palazzina israeliana, che ha solo due piani, e che si trova a circa 150 metri in linea d’aria. Ci raggiungono Livio Berruti, Sergio Liani e la Stabilini. La palazzina 31 ha il balcone al secondo piano: qui è affacciato uno dei guerriglieri, che porta uno strano cappello bianco, probabilmente un casco coloniale. Sul balcone viene fatto salire un signore corpulento, con una giacca rosso scura: è il delegato della Corea, che viene a chiedere che venga lasciato uscire dal suo alloggiamento un atleta coreano, che con la vicenda non ha nulla a che fare, ma che non può uscire dalla sua stanza, per timore di essere scambiato per un poliziotto che tenta un attacco di sorpresa.

Il coreano esce finalmente tre porte più in là, in camicia; viene accompagnato in basso, portato fino allo sbarramento dei poliziotti, che attraversa con la faccia assente e senza rilasciare nessuna dichiarazione. La porta sul balcone si richiude, ed il dirigente coreano se ne va. Dopo un minuto la porta al pianterreno, quella che dà in Connollystrasse, si apre, ed esce lo stesso fedayn che era prima al balcone, con il suo casco coloniale. Con il binocolo sembra che abbia una maschera nera sul volto. ma un esame più attento rivela che probabilmente è scurissimo di pelle, quasi un negro. Il poliziotto che è con noi ci spiega che si tratta del capo, del “boss”.

La donna poliziotto, una ispettrice, che fa da legame tra i fedayns ed il resto del mondo, sembra avere circa 35 anni, è castana chiara di capelli, e sembra parlare molto amichevolmente con il palestinese. Fa dei gesti come ad indicare il piano superiore, quasi chiedesse di entrare. Il fedayn si rinchiude dentro e l’ispettrice di polizia torna verso lo sbarramento.

Appare al secondo piano un guerrigliero vestito di rosso scuro, una grande massa di capelli lunghi e neri ed il volto, molto giovane, scoperto. Accende una sigaretta. La Stabilini, che accanto a noi osserva la scena attraverso un teleobiettivo, dice che è molto calmo, perchè fuma piano”. 

 

Un rito trasformato in ignominia

di gian paolo ormezzano, Tuttosport

 

In una dichiarazione congiunta Brundage e Willy Daune decidevano di far sospendere le gare ma non i Giochi, sicché faceva un certo effetto vedere sui teleschermi (oggi, capiteci, non siamo andati in nessun posto di competizione) canoisti che pagaiavano, pugili che si picchiavano, e poi voltarci e dietro la grande vetrata della sala-stampa vedere, più vicino di ogni altro giorno, il Villaggio olimpico, l’autoblindo che arrivava, l’altro che partiva. E la gente sulle collinette, il pic-nic di quei mostri che sono subito gli uomini quando diventano curiosi, i bambini portati a vedere gli uomini armati che circondavano una villetta piena di altri uomini armati, e subito i venditori di giornali, di birra, di salsicciotti, di gelati, tutto il rito esatto, il rito che sino a ieri era piacevole, accettabilissimo, e che oggi sembra una ignominia.

Ma noi dello sport eravamo riusciti a fare le cose bene, e tutto stava al posto giusto. Così bene che ci siamo illusi di non doverci difendere. Invece c’era chi aspettava la nostra illusione, per colpirla. Accade sempre così, però l’illusione non muore mai, è immortale perché è un modo diverso di esistere. Cosi, adesso, ci illudiamo che qualcosa, dallo scempio criminale, possa ancora essere salvato, e preghiamo Dio, un Dio che non sta né con Israele né con la Palestina,

perchè sta con tutti – che sia così

 

SU RIMBALZI

          I sette ori di Mark Spitz nell’Olimpiade del terrorismo

Il 31esimo episodio di Rimbalzi, il podcast prodotto e realizzato con Chora Media, è dedicato al nuotatore statunitense Mark Spitz. I Giochi di München del 1972 sono rimasti nella storia per due motivi: per la prima volta qualcuno vinceva 7 medaglie d’oro nella stessa edizione, per la prima volta il terrorismo colpiva le Olimpiadi. Mark Spitz era coinvolto in entrambi gli avvenimenti | Su Spotify a questo link la serie completa | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme.

 

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