7 settembre 1972 – Dodicesimo giorno ai Giochi di Monaco di Baviera, in un clima di cupezza dopo la strage. Il gruppo Settembre Nero minaccia nuovi attentati se la polizia tedesca non dovesse liberare i tre terroristi in stato di fermo, catturati feriti al Villaggio, alla partenza degli altri. L’atletica riprende con i primati del mondo dello statunitense Milburn sui 110 ostacoli, della tedesca orientale Stecker sui 200 e della sovietica Tchizova nel getto del peso. Nelle semifinali dei 100 ostacoli, la corsia riservata all’israeliana Ester Shahamorov è rimasta vuota. È rientrata a Tel Aviv con il resto della delegazione.
Gli dei di Olimpia non ci perdoneranno
di giovanni arpino, La Stampa
“L‘Olimpiade del lutto tenta di rinascere attraverso le gare. È cominciato un «secondo tempo» per i Giochi, e anche chi corre e gareggia non può sorridere. Stadi e gradinate, spogliatoi e Villaggio, mense e campi accolgono atleti cupi, folle che partecipano al cerimoniale ma non possono dimenticare quanto è accaduto. L’ombra atroce della morte è disegnata sulla bandiera dei cinque cerchi, la fiamma che brucia all’Olympia Stadion ricorda quella dell’elicottero disintegratosi all’aeroporto. È follia continuare, ma era anche follia (seppure innocente) credere alla purezza dei Giochi, al loro valore di città ideale e pacifica. Nel mondo contaminato, non poteva riservarsi intatta l’astrazione di Olimpia, seppur magnifica.
… La festa di ieri l’altro, d’una settimana fa. è ormai un bene perduto che nessuno osa più nominare. E tuttavia ci si batte, si lavora, ci si spreme, ci si affatica a migliaia per portare in fondo quest’edizione dei Giochi, ormai ridotti a puro consumo. Non c’è parola che non suoni feroce. L’impressione più atroce è questa: che si sia tutti — delegazioni, atleti, inviati speciali — comandati ad eseguire un compito di brillanti necrofori. Il circo dorato dei pagliacci deve seguitare il suo esercizio sennò il pubblico si sentirebbe tradito due volte. Spitz è partito, Borzov non lo si trova, le grandi sirene del nuoto già le rivediamo solo in fotografia, la ginnasta Olga dal sorriso sottile di bambina e il ginnasta Kato dalle giunture di gomma sono di colpo fuggiti in un limbo di memorie. Sembra di sentire l’affanno di gente che scaraventa panni e oggetti nella valigia, pur di non perdere il treno o l’aereo. Stanotte lo stadio di Olimpia non è più la meravigliosa ostrica grigia e viola che apparve per una settimana, ma quasi una trappola per ottantamila che si macerano di passione scrutando maestose scimmie nell’esercizio delle loro funzioni, siano queste una corsa o una partita di football o il lancio del martello. Gli dèi di Olimpia non ci perdoneranno”.
È iniziata una seconda Olimpiade
di mario gismondi, Corriere dello sport
“L‘Olimpiade si è liberata dai mitra. Ha dimenticato la tragedia del 5 settembre; e, per quanto sia un bene, sembra persino triste, in un certo senso anche demoralizzante, che si possa farlo così presto, come se nulla fosse accaduto. La gente è tornata ad affollare gli stadi e ad applaudire. Gli atleti hanno gareggiato con l’impegno di sempre. L’orchestra ha ripreso ad eseguire inni, non più marce funebri. Il computer ha registrato altri record mondiali. Anche il sole è venuto sul Villaggio a ricordare che la vita, comunque, continua. Sì, l’atmosfera dei Giochi è diversa. È una seconda Olimpiade che ha in comune con l’altra solo i risultati, ma il terrorismo, la sparatoria della notte triste, lo stesso stupore di un mondo commosso e infuriato – commosso per la morte, infuriato perché si è fatto poco per evitarla – sembrano storie di tanti anni fa, non cronache di ieri”
Difendere i Giochi per difendere noi stessi
di gian paolo ormezzano, Tuttosport
“I Giochi continuano non come se nulla fosse accaduto, ma come se nulla di extra sportivo dovesse più accadere. Ci si è trovati oggi tutti allo stadio, il solito pubblico immenso ed esperto, e le gare. L’errore di chi ha pensato, anche per poco, che i Giochi dovessero venire interrotti, appare oggi clamoroso. Perché mai si sarebbe dovuto rinunciare a queste gare, alle alle altre che ci attendono? In nome di quale debolezza si sarebbe dovuta consegnare la Olimpiade a un gruppo di criminali? E non solo questa Olimpiade, ma tutte quelle a venire? Il lutto, si dice. Ma il lutto c’è, sta nei cuori, e se non sta nei cuori è inutile, ridicolo pretendere di inventarlo sprangando porte e finestre e andando via. Il dolore, si dice. Ma il dolore c’è, e chi lo sente troppo grande, troppo dilaniante, lascia le gare e Monaco: come hanno fatto alcuni atleti ebrei di alcune nazioni. Atleti i quali sono d’accordo sul fatto che i Giochi devono continuare, non sul fatto che essi devono continuare i Giochi.
… Eppure anche in Italia c’era chi nella finzione massima di dolore, come quelli che per andare al funerale si fanno fare il bel vestito nero, voleva chiudere i Giochi dopo la sparatoria all’aeroporto. Così davvero lo sport si sarebbe consegnato non solo alla politica, che è immanente, ma alla bassa politica del terrore, o a quella, troppo alta e troppo crudele, delle grandi manovre diplomatiche (perché è ormai chiaro che ad una soluzione comunque cruenta dell’«affare», Israele, che considera i suoi cittadini soldati in guerra, non deve essersi opposto: così che adesso ferve il gioco delle ipotesi su cosa ciò involgerà, su cosa accadrà, su quali spostamenti produrrà in Medio Oriente e altrove la tragedia, il massacro).
E poi chiudendo i Giochi avremmo ricordato quei morti, i due della palazzina, gli altri dentro o intorno all’elicottero in fiamme, come li ricordiamo adesso, non più piangendo, no, ma con lucida memoria, e pronti, se occorre, a essere nel futuro cattivi, in nome loro? Per difendere lo sport, che poi è un modo di difendere noi stessi”.
Il pugno chiuso dopo una medaglia come in Messico
di mario gherarducci, Corriere della sera
“Il pomeriggio atletico ha registrato anche un accenno di contestazione da parte degli statunitensi di colore: qualcosa che ha ricordato i clamorosi episodi di quattro anni fa in Messico. È successo dopo la finale del 400, vinta agevolmente da Vincent Matthews davanti al connazionale Wayne Collett ed al keniano Julius Sang. Matthews è uno statunitense di Nuova York, vive nel Queens e gareggia per un club di Brooklyn, ha quasi 25 anni, è alto 1.85 e pesa 80 chili, i suoi hobbies sono pittura e scacchi, Wayne Collett, invece, è californiano, ha 23 anni è più alto e pesante del compagno (1.88 per 24 chili). E la sua passione è la musica dodecafonica.
Quando sono saliti sul podio, mentre la banda intonava le note dell’inno americano, Matthews e Collett le mani sui fianchi, la testa ciondoloni, le spalle voltate al pennone su cui stava salendo la bandiera USA chiacchieravano tranquillamente fra loro. Una chiara provocazione. Figurarsi i tedeschi, che per inni e bandiere hanno una venerazione. Spentesi le ultime note, la gente s’è messa a fischiare, mentre un gruppo di negri in tribuna applaudiva invece freneticamente. Rientrando nel grande tunnel che porta agli spogliatoi, Collett ha ripetuto rivolto alla folla lo stesso gesto che altri negri americani compirono quattro anni fa in Messico: il pugno chiuso e levato in alto”.
Il costo pesante del nostro passatempo
di sergio valentini, La Gazzetta dello sport
“In un modo o nell’altro questa Olimpiade arriverà alla fine: ma, sopra ad ogni discorso di carattere sentimentale o epico o semplicemente sportivo, converrà attaccare un discorso sul costo di tutto questo. Perché il costo dell’Olimpiade moderna non si limita più a venire calcolato in termini di somme pazzesche sottratte a bisogni primari, campionismo esasperato, dilettantismo fasullo, retorica patriottarda, doping, strumentalizzazione politica e mercantilismo. Dicono che questo sia il prezzo giusto da pagare, affinché un Paese dimostri la propria efficienza, atleti vincano una medaglia e centinaia di milioni di telespettatori abbiano un piacevole passatempo in più. Ma le due ultime Olimpiadi hanno avuto un costo pesante in termini di vite umane: perché l’odio trova nella più grande festa pubblica di questa nostra società l’occasione somma per esprimersi. Si seguita a ripetere che gli antichi facevano buon uso di questa festa: dopotutto le società antiche erano abbastanza ridotte di numero per raggiungere, ogni quattro anni, un accordo. Mentre questo nostro giocattolo diventa, giorno dopo giorno, così grosso, ma così grosso che non riescono più a tenerlo”
Il nichilismo e i demoni del terrorismo
di alberto ronchey, La Stampa
“Alcuni accusano Israele perché dinanzi al ricatto di Monaco ha risposto: «Con i terroristi non si tratta». Ma quale governo responsabile avrebbe trattato? Forse quello sovietico, o quello cinese? Accusano Bonn di aver prima negoziato con i terroristi e poi «stracciato i patti». Ma non sono stati i terroristi a decidere di lasciare Monaco? E ancora Bonn è accusata di aver fatto prevalere la ragion di Stato e di prestigio. Ma lasciar partire gli ostaggi con i terroristi li avrebbe salvati? Lo stesso Sadat, già così timoroso della responsabilità d’ospitare al Cairo terroristi e ostaggi, testimonia che non è vero. Diversa questione è il giudizio sul modo in cui la polizia di Bonn ha operato e sugli errori compiuti. L’assalto del commando arabo a Monaco è stato persino definito «un’azione di guerra». Ma qualsiasi conflitto, la stessa guerriglia, non si conduce sul territorio di nazioni estranee e anche remote dal luogo in cui la crisi è sorta, e la guerra o guerriglia si fa contro i soldati della parte avversa. La propaganda dell’ultrasinistra corregge la sua formula: «Era un’azione politica, anche se nel quadro di una guerra». Quale politica? Freddando due atleti e minacciando di morte nove ostaggi? La vera questione, ideologica e politica, non è nuova: il terrorismo. Molto era già accaduto; se n’era già discusso un secolo fa. Troppi dell’estrema sinistra, che pure si dicono marxisti, ignorano come nel 1871 Marx condannasse il terrorismo e le sette segrete («tali società, invece di educare i proletari, li assoggettano a leggi autoritarie e mistiche, le quali ostacolano la loro autonomia e indirizzano la loro coscienza in una direzione sbagliata»), dopo che Bakunin in un appello del 1869 aveva consigliato ai giovani rivoluzionari di «imparare dai briganti» poiché il brigante in Russia era «il vero e unico rivoluzionario». E fu precisamente un secolo fa, nel 1872, che Dostoevskij finì di scrivere I Demoni, sdegnato contro «l’estrema astrattezza e il criminoso semplicismo» dei nichilisti e dei «rivoluzionari senza scrupoli». A rileggere quel libro, c’è dentro tutto”.