29 agosto 1972 – Terza giornata dei Giochi a Monaco di Baviera. Arriva la prima medaglia d’oro per l’Italia con il casertano Angelo Scalzone, nel tiro a volo specialità fossa olimpica, 199 piattelli colpiti su 200. La sua famiglia è proprietaria di un ristorante a Castel Volturno, sulla via Domitiana. Si chiama Il Moio, il cognome della moglie di Angelo, detto don Peppino. I giornali del 30 agosto lo celebrano con abbondanti richiami alle sue origini.
Un eterno secondo, e pure astigmatico
di sergio valentini, La Gazzetta dello sport
“L‘unico cittadino di Castel Volturno che conservi la calma è proprio Angelo Scalzone detto Peppino, tipo di gran signore meridionale, un po’ indolente, un po’ fatalista, un po’ superiore a tutto non già per superbia ma per accettazione di eventi che già stanno scritti: e per esempio stava scritto che l’Olimpiade l’avrebbe vinta Scalzone. Nessuno al mondo lo sapeva e nemmeno lo poteva immaginare, nessuno eccetto Scalzone. Aveva corretto con gli occhiali il grado di astigmatismo che a sua insaputa lo affliggeva, aveva curato la pressione bassa che a sua insaputa lo affliggeva, aveva adibito a pista per il footing un pezzo della sua proprietà e l’aveva battuta per chilometri e chilometri ogni giorno all’alba, si era riguardato nel mangiare: e così rimesso a nuovo, questo eterno secondo sapeva di essere destinato ad una nuova carriera di vittorioso”.
Le abitudini di Casal di Principe
di gianfranco civolani, Tuttosport
“Don Peppino comincia a sparare all’età di tredici anni: spara ai bussolotti che rigorosamente allinea contro i muri. A Casal di Principe certe abitudini sono cucite sulla pelle dei paesani. Si racconta che anni addietro un sindaco assai contestato dal popolo chiamò a raccolta i maschi della famiglia e disse soltanto «Guaglioni, stateve pronti perché aggia a sparà io comm’a vvoi». Non so esattamente come sia finita: a fucilate, comunque. Don Peppino di Casal di Principe si è fatto una villa principesca in riva al mare. Ha ereditato dagli avi la pratica: vive sparando, ma in una riserva di caccia tutta sua. Vive sparando per diletto e magari proprio per questo disincantato diletto si è fatto l’oro in barba a tutti”.
L’amico che gli lancia i barattoli
di marcello del bosco, L’Unità
“L’eroe sconosciuto di questa storia è un malcapitato amico di Scalzone, fungente da uomo-barattolo. Infatti, quando è a casa, il neo-recordman del piattello preferisce allenarsi al lancio del barattolo (anche per risparmiare i costi adopera i vuoti del suo ristorante). Tre, quattrocento colpi al giorno, con quel disgraziato a lanciare ogni volta in aria il barattolo e a scappare come un leprotto per evitare schioppettate infelici e pioggia di schegge. Il vero atleta, in fondo, è proprio lui che è rimasto a casa.
… Siamo i maghi degli spiattellatori, confidiamo nella pistola, leviamo auspici per l’equitazione, nella sciabola dovremmo sfondarli e — quando sarò olimpico – stravinceremo anche nello sci acquatico. Insomma, non e’e che dire; il palato è sopraffino, siamo per le cosette raffinate. Gli sport di massa — atletica, nuoto, basket — li lasciamo aristocraticamente agli altri, i plebei, che ignorano come un gentleman si misuri esclusivamente con i suoi pari, e solo in arti nobili. Nelle nobili arti della scherma, del tiro e dell’equitazione resteremo fra i primi per un bel pezzo; per il resto, ognuno si arrangi come può”.
I nervi d’acciaio li hanno i nordici
di mario gismondi, Corriere dello sport
“Colpire un piattello, quello dell’oro, per giunta, che schizza via a circa 130 chilometri orari ed a quindici metri dal punto in cui si spara – e si spara mirando un po’ più avanti del piattello che vola, perché i pallini arrivano una frazione di secondo più tardi – non è cosa facile neppure per uno Scalzone che, con la sua classe, la semplifica fino a renderla la più naturale operazione di questo mondo. Ma egli è stato eccezionale anche perché si è emozionato dopo, non prima dell’ultimo colpo; e resta l’enigma di questi nervi d’acciaio, nordici, in un uomo che è meridionale dalla testa ai piedi, persino nel dedicare a mammà la prima telefonata dopo la medaglia e nel chiedere mozzarelle via aerea per non variare la sicura dieta del giorno di vigilia. A parte l’enigma di come si possa essere il tiratore più preciso con un decimo di astigmatismo, che costringe a sparare con gli occhiali”
Il fucile prestato a Jackie Stewart
di gianni de felice, Corriere della sera
“«Embé, mò mi fate piangere», riesce appena a dire con voce già rotta Scalzone, prima di essere stretto dagli abbracci di dirigenti, giornalisti, ammiratori e di un giovanotto che si era avventato in campo superando tutti gli sbarramenti con questa indiscutibile credenziale: «Io sono il cumpariello». E prima di essere issato sulle spalle di alcuni volenterosi 90 chili buoni sotto una bandiera tricolore, comparsa all’ultimo momento. Poi scoppia in lacrime anche lui: e questo è stato l’unico cedimento di Angelo Scalzone, Peppe in famiglia e don Peppino per gli amici, napoletano esuberante e simpatico, ma freddo e preciso come un robot. Solo un uomo dai nervi d’acciaio come don Peppino poteva vincere questa medaglia, dominando con agghiacciante sicurezza la tensione dell’ultima serie di 25 colpi.
… I giornalisti se ne vanno cd entra Jackie Stewart, pilota di auto ma anche ottimo tiratore: partecipò nel ’60 all’Olimpiade di Roma con la rappresentativa britannica. È stato uno dei primi a congratularsi con l’italiano, neo-campione. Stewart riporta a Scalzone il fucile che si era fatto prestare poco prima per una serie di tiri di prova. Chiede se vuole venderglielo. E don Peppino col più accattivante dei sorrisi: «Ma voi scherzate? Quello è un ricordo… ».
Gli hanno portato le mozzarelle in Germania
«Nessuno di noi aveva più dubbi sul successo di “Peppino” ma la notizia è arrivata a liberarci da un incubo. Eravamo almeno in trenta, qui in casa. Ci siamo abbandonati in un frenetico abbraccio, abbiamo pianto per la commozione. Poi è cominciata la lunga sfilata di amici, compaesani, giornalisti. È venuta anche la televisione. Soltanto verso le 17.30 sono riuscita a parlare telefonicamente con mio marito. Era molto contento, si capisce, ed emozionato. Questa vittoria a Monaco gli è costata tanti sacrifici. Da oltre quattro mesi Peppino si allenava svegliandosi alle 6 del mattino, praticando il footing in riva al mare, facendo ginnastica, sottoponendosi ad una dieta particolare, seguendo con cura i consigli dei medici. Per fortuna tutto è andato bene. Qualche difficoltà c’era stata all’inizio, ai primi giorni di permanenza nel villaggio olimpico, per l’alimentazione. Peppino non era riuscito ad adattarsi ai prodotti locali. Ma domenica mattina un suo amico è saltato su un jet ed ha portato a Monaco pasta, olio, perfino la mozzarella delle nostre parti». [La moglie Carmelina intervistata da La Stampa]