L’Olimpiade è una parentesi tra le contraddizioni dello sport
Candido Cannavò
Cinquant’anni fa si apriva a Monaco di Baviera una edizione dei Giochi destinata a restare nella storia. Per la prima volta un solo atleta avrebbe vinto sette ori tutti insieme: il nuotatore americano Mark Spitz. Ma il giorno dopo il completamento della sua impresa, un commando di terroristi arabi del gruppo Settembre Nero sarebbe entrato al Villaggio per la più tragica azione mai commessa a un’Olimpiade: il sequestro e l’uccisione di atleti israeliani. L’azione finì con una strage all’aeroporto, durante la fuga.
Dieci giorni prima che tutto accadesse, la Germania parlava di Giochi della normalità e della riconciliazione. Trentasei anni dopo il sacro fuoco di Olimpia nella Berlino di Hitler, c’era un Paese diviso da un Muro. Nella metà occidentale viveva un boom economico, nella metà orientale, boh, non si sapeva granché.
Era chiara ai contemporanei una inquietudine diffusa, tenuta a stento sotto chiave. Diecimila atleti di 121 nazionalità si sarebbero divisi 1109 medaglie in 21 discipline, 361 d’oro. Ma in mezzo a molte polemiche.
La prima per il gigantismo: i costi superavano i 400 miliardi di marchi. La seconda per l’esclusione della Rhodesia, dopo la minaccia di boicottaggio di molti altri paesi africani contro la sua politica razzista. La terza: per la mobilitazione di trentamila agenti, dinanzi alle temute contestazioni, quattro anni dopo il Sessantotto.
In un fondo non firmato sulla prima pagina del Corriere della sera, riconducibile alla direzione di Piero Ottone, si leggeva:
“A Città di Messico, quando alcuni negri americani scelsero la cerimonia della premiazione per protestare contro il loro governo, ogni sportivo vero ebbe un soprassalto di amarezza, anche se era d’accordo sui motivi della loro lotta. E oggi qualunque persona civile deve riconoscere che in Rhodesia sussiste una discriminazione razziale odiosa; ma non è il comitato olimpico la sede dove vanno trattati certi problemi. Nell’antica Grecia, durante i giochi si sospendevano perfino le guerre: nel mondo di oggi sarebbe un gran giorno quello in cui un arabo, al termine di una gara, stringesse la mano a un israeliano e un cinese di Pechino gareggiasse con un cinese di Formosa. Ma i giochi possono essere ancora salvati dai loro stessi protagonisti: gli atleti. Spetta ai giovani che si cimentano in queste gare essere migliori dei burocrati che li guidano e li amministrano; competere con una lealtà pari all’impegno, assicurando in questo modo uno spettacolo entusiasmante”.
Lo scrittore Giovanni Arpino su La Stampa alla vigilia li chiamò “i Giochi del rischio atletico”. Con un cambio di guida alle porte della presidenza del CIO, gli pareva che dinanzi “molti comitati olimpici nazionali non hanno autonomia rispetto ai loro governi”, la nuova dirigenza dovesse impegnarsi a difendere “non solo l’etichetta dilettantistica, ma quello che è diventato l’«ecumenismo» olimpico, uno stato ideale tra le varie (e nemiche) Nazioni del mondo. E sarà un cammino duro, tempestoso, che prende il via proprio da Monaco, sede di un’edizione dei Giochi mastodontica e affannata. Sarà la prima Olimpiade che si è preparata come nel chiuso di un laboratorio. Le altre furono romane, giapponesi, messicane, questa non è certo bavarese: Monaco è stata, fino ad oggi, irraggiungibile e come cancellata dalla carta geografica, ogni preparativo e ogni mossa si sono svolti in un clima di gigantesca clinica o di confortevole (si fa per dire) Lager estraneo alla metropoli, alla regione, alla terra stessa di Baviera”.
Un’Olimpiade con alcuni pezzi mancanti. Non solo la Rhodesia. “Mancherà la Cina popolare – riassumeva Mario Gherarducci sul Corriere della sera – un paese di 750 milioni di persone, quasi un quarto dell’intera umanità, decisa a restare fuori dall’Olimpiade fino a quando vi saranno ammessi i rappresentanti di Formosa (e nel ’76 a Montreal assisteremo probabilmente al sacrificio dei sudditi di Ciang Kai-scek per fare posto a quelli di Mao). Mancherà il Sud-Africa, deplorevolmente ostinato nella sua politica di rigida apartheid applicata anche allo sport. Mancherà la Rhodesia, frettolosamente rispedita a casa pur di accontentare gli altri paesi africani. E mancherà uno dei due Vietnam. Tutte assenze provocate da ostacoli e dissensi che neppure lo spirito olimpico è riuscito a superare. Peccato perché proprio il ritorno dei Giochi in Germania dopo 36 anni ha un significato ben preciso: cancellare definitivamente i ricordi più amari dell’Olimpiade di Berlino, voluta dalla follia di Hitler nella vana speranza di decretare un’assurda superiorità razziale. Adesso – mentre la fiaccola, passando di mano in mano, corre verso lo stadio ci si chiede a che tipo di Olimpiade assisteremo. Uno scienziato inglese, che in gioventù fu anche atleta, ha sentenziato che saranno i Giochi dei robot: di campioni, cioè, costruiti in laboratorio, giorno dopo giorno, allenamento su allenamento, con vitamine ed anabolizzanti, incapaci di emozionarsi, tesi a conquistare il traguardo dei limiti umani, sordi a qualsiasi richiamo che non sia quello del cronometro o della misura da raggiungere o del punteggio da sommare. Un’esagerazione, probabilmente: ma forse neppure tanto lontana dalla realtà”
È il passaggio che racconta quanto sia una suggestione, spesso, il nostro rimpianto per una presunta età dell’oro del passato. C’è sempre un altro ieri migliore di ieri. È invece il brano successivo che spiega meglio il clima di cupezza. Quando Gherarducci scrive: “A noi, invece, piace immaginare un’Olimpiade diversa. Un’Olimpiade in cui arabi ed israeliani non si guardino in cagnesco, in cui negri, bianchi e gialli siano affratellati, in cui tedeschi dell’Ovest e dell’Est non facciano di ogni gara una questione di prestigio politico. Un’Olimpiade in cui lo sport torni ad essere il solo protagonista. Un’Olimpiade in cui ci sia posto per i forti ma anche per i deboli”.
Anche Nino Oppio, sempre sul Corriere della sera, sottolineava come “l’’avvenimento grosso si presta ad ogni tipo di manifestazione contraria a chi ha speso troppo o a chi ha cacciato un gruppo di atleti per questioni razziali, oppure ancora a chi è fuori dalla patria per ragioni di lavoro e di politica. In Messico ci fu la tremenda paura dopo la notte tragica che costò la vita a parecchi studenti. La paura delle bombe allo stadio nel giorno della solenne inaugurazione. Qualcuno si tappò in casa temendo che gli studenti avessero davvero preparato un agguato, Invece, per fortuna di tutti, non successe nulla di ciò che si era minacciato. Resta comunque il ricordo dei fatti, delle sparatorie di Piazza delle Tre Culture, delle riunioni segrete, dei molti arresti che precedettero i Giochi. Ora, qui a Monaco sembra regnare la tranquillità. Nessun precedente drammatico, le minacce però non sono mancate e la città è custodita da 30 mila agenti, molti in borghese perché le divise marziali oggi stonerebbero. Se calcoliamo che il villaggio è abitato da 7500 atleti, restano più di tre gendarmi per ogni partecipante all’Olimpiade. Sono veramente troppi, ma le cautele non bastano mai”.
Carlo Casalegno, vicedirettore di Alberto Ronchey a La Stampa, nel giorno dell’apertura scrive in prima pagina che “la candida retorica delle vecchie Olimpiadi, se mai fu valida, certo dà oggi il suono d’una moneta falsa. Ma è cresciuta la bellezza dello spettacolo; e nelle grandi imprese soprattutto di sport classici come l’atletica o il nuoto s’avverte una nobiltà che diremmo eroica. Pierre de Coubertin sperava che i Giochi rinnovassero l’invito di pace dei Giochi ellenici ed affratellassero le nazioni: non a caso la prima Olimpiade moderna coincide con la prima conferenza per il disarmo e con la nascita della Corte internazionale dell’Aja. Oggi nessuno coltiva più illusioni tanto ingenue, anche se i tedeschi hanno intitolato la loro Olimpiade «alla riconciliazione e alla speranza», e voluto che i Giochi di Monaco rovesciassero l’immagine della Germania militarista e razzista offerta dalla festa hitleriana del ’36. Dagli stadi bavaresi ci giunge l’immagine d’un mondo tormentato. La bandiera dai cinque cerchi non basta per far prevalere il richiamo fraterno dello sport sulle ragioni della politica. Si temono manifestazioni degli estremisti neri, incidenti provocati dai revanscisti tedeschi contro l’«altra» Germania, colpi di mano dei terroristi arabi”.
◉ LE DESCRIZIONI DEL VILLAGGIO – A Luigi Gianoli, inviato per la Gazzetta dello sport il Villaggio parve alla vigilia dei Giochi un luogo sul quale “sta sorgendo un’alba senza sfarzo, cielo lattiginoso, gli orizzonti velati di quell’umido che noi padani ben conosciamo. Se in Italia si usasse costruire con ordine e respiro come fanno i tedeschi, si potrebbe credere d’essere in Lombardia. L’Olimpiade – aggiunse – non è un piacere, per nessuno. È una sofferenza per chi la organizza, per chi la combatte, per chi la va a vedere. E forse in ciò sta il suo fascino: la somma scomodità”.
Mario Gismondi sul Corriere dello sport scrisse: “L’organizzazione è così perfetta da sembrare persino ossessiva, fastidiosa, L’impiego un po’ esasperato, tipicamente germanico di tutto ciò che di meglio, di più efficiente e di più costoso era possibile convogliare in una occasione del genere, schiaccia il fatto sportivo, relegando lo in una posizione di secondo piano, quasi marginale; ed è un po’ alienante, per non cadere in altre considerazioni che pure sarebbero inevitabili, accorger si, guardando l’avveniristico apparato predisposto per i Giochi (dal tetto dei quaranta miliardi al “computer” che risponde anche all’impossibile in due decimi di secondo) che il Duemila comincia proprio qui, a Monaco, quasi a danno del più antico e più civile impegno dell’uomo”.
Gian Paolo Ormezzano su Tuttosport raccontava: “Da qui vedo tutto. Dalla finestra vedo anche il campo-Stadio di hockey. Al mattino presto ci sono già gli indiani, vestiti che se li vedono i nostri elegantoni subito copiano: è una divisa pop, anche se gli indiani non lo sanno, per i colori e la combinazione e il taglio, calzoni speciali fino al ginocchio, calzini che salgono fin sotto il ginocchio, magliette con colori di fronte ai quali l’arancione degli uomini dell’ANAS, quelli che lavorano sull’autostrada, è addirittura riposante, sfumato. Dalla finestra al campo di hockey saranno quattrocento metri, le tribune sono già «pasticciate» dalla foschia, ma gli indiani si vedono nitidamente, i colori delle divise sono antinebbia.
Dalla finestra vedo anche la torre di 229 metri e una parte della tenda, sembra la coda di un dinosauro che stia facendo la cuccia, se fisso la tenda per un poco mi sembra si muova, e il sole le passa sopra e le fa il solletico. Dalla finestra vedo il centro radiotelevisivo, un bunker da cui vengono diramate le immagini ad almeno un miliardo di uomini. Dicono che sia un bunker perfetto, con congegni tecnici favolosi. Non ha finestre, non sembra avere porte. Forse è abitato da gente che è nata lì dentro, e che non ne uscirà mai, gente pallida, o colorata dei colori che si vedono sui teleschermi. Dalla finestra potrei anche vedere un pezzo di Monaco, la città vera si fa infatti viva alla mia sinistra. Ma chissà perché da quella parte della grandissima finestra tengo sempre la tendina chiusa. Mi sembra di abitare in un grande castello e Monaco, a sinistra, è il rustico, dove sta la gente diversa. Sono i quartieri della servitù, però senza alcuna balia a cui dover volere bene, a cui andare a far visita”.
◉ L’ARRIVO DELLA TV A COLORI – Dieci giorni dopo apparve l’immagine dell’uomo col passamontagna dietro la finestra. L’Italia lo vide nelle prime trasmissioni televisive a colori, introdotte in via sperimentale dopo una lunga polemica politica, con le rivelazioni e I dossier segreti sull’affaire relativo alla scelta del sistema di trasmissione: il SECAM era legato a interessi francesi e adottato dai paesi meno industrializzati più la Russia, il PAL d’invenzione tedesca era in uso da tempo in tutte le maggiori nazioni europee. Il lungo stallo del governo intralciò l’industria degli elettrodomestici. La cerimonia fu trasmessa in bianco e nero sul primo canale, a colori sul secondo, con il sistema PAL in diretta e il SECAM alla sera in differita. Un pasticcio. Iniziava una nuova epoca, ma l’apparecchio a colori era in pochissimi appartamenti.
Il critico letterario Giuliano Gramigna citò l’immancabile McLuhan sul Corriere della sera e trovò che la trasmissione “dell’incredibile smeraldo del prato dello stadio olimpico, il rosso della pista”, fossero buoni ma non perfetti. “Ogni tanto i colori sbavano, proiettandosi su quelli vicini più deboli, o viceversa si contrappongono con una rigidezza da decalcomania. Eppure è probabile che pure da noi, ormai, cominciato a degustarlo, non si possa presto più fare a meno del colore. Anche la Tv è un doping”.
I giornali raccolsero pareri nel mondo dell’arte.
Alfredo Bini: “La TV In blanco e nero è come una ragazza poco formosa della quale si dice che ha gli occhi belll. Adesso che c’è il colore credo che potremo dire di avere anche il corpo di questa ragazza. Una battuta? Spero anche di poter rivedere in colore i miei film che finora ho visto in bianco e nero”.
Ennio Flaiano: “Quando guardo la tv, di solito mi addormento e sogno in bianco e nero; adesso sognerò a colori”
Terence Young: “Senza dubbio l’inizio della fase sperimentale a colori è un fatto importante e positivo, Ma è importante nella misura in cui la televisione a colori obbligherà registi e produttori a realizzare film programmi di più alto livello qualitativo”
Giorgio De Chirico: “Inutile fare polemiche. Il problema della televisione a colori non mi pare così importante come i dibattiti e le controversie di questi giorni hanno voluto fare apparire. Io non ho un televisore a colori ma spero proprio di avere l’occasione di poter assistere a queste Olimpiadi che ci appariranno per la prima volta in una dimensione più reale”.
Il poeta Alfonso Gatto: “La televisione a colori mi permetterà di vedere la squadra del Milan con i colori della sua maglia. In ogni caso, a parte gli scherzi, l’Introduzione in Italia è un fatto positivo poiché rappresenta una nuova fase dello spettacolo. I programmi, d’ora in poi, si arricchiranno nella loro realizzazione, della componente, fondamentale dal punto di vista tecnico”.
Giravano interviste a Rosanna Vaudetti, l’annunciatrice di quel primo pomeriggio fuori dalla dittatura del bianco e nero. Alle 15 e 50 apparve con un tailleur bianco a macchie rosse.
«In casa mia – disse – non c’è la TV a colori. Eppoi i miei ragazzi mi conoscono già come sono!».
Con sette minuti di anticipo, il diciottenne atleta tedesco Gunther Zahn accostò la fiaccola giunta dalla Grecia al tripode. La 22enne studentessa Heidi Schuller, lesse il giuramento. Secondo Arpino, “per calcoli rispettabilissimi degli organizzatori doveva, con la sua presenza e la sua voce femminili, toglier di mezzo ogni residuo di belluinità razziale o pesantezza agonistica. Malgrado la misoginia di tanti atleti, dimeno in una cerimonia d’apertura il tocco femminile non guasta proprio. L’Olimpiade tedesca – scrisse su La Stampa – ha vinto la sua prima prova, con un’ouverture garbata, senza squilli, senza gesticolazioni frenetiche”.
Il peggio doveva ancora arrivare.