Il cinema e i romanzi di Inghilterra-Italia

CONNESSIONI |

  Di Fantozzi e dell’Italia che «stava vincendo 20-0, tanto che aveva segnato anche Zoff di testa su calcio d’angolo», s’è detto e ridetto molte volte. La sera in cui la Nazionale di Ventura provava inutilmente a fare un gol alla Svezia per andare ai Mondiali in Russia, Nanni Moretti si permise una citazione colta e raffinatissima, facendo rivivere nella sala del suo Nuovo Sacher in Roma l’incubo de Il secondo tragico Fantozzi e del dottor Guidobaldi Maria Riccardelli. Mise in cartellone la versione fresca di restauro de La corazzata Potëmkin, per misurare quanti avrebbero preferito quella cacata pazzesca alla partita dell’Italia. Verdetto: 93 biglietti staccati. Nella sala Abc di Bari, dove ebbero la stessa idea, andarono in 12 per la proiezione delle 19.45 e in 13 per quella delle 21.30. 

Il grande equivoco di quell’Inghilterra-Italia di Fantozzi da Wembley è che le immagini reali dentro la tv del ragioniere provengono da un’altra partita. In calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle per la quale andava pazzo, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero, in realtà Paolo Villaggio viene scosso dalla telefonata del ragionier Filini dell’ufficio sinistri, mentre sta guardando Italia-Olanda, 22 novembre 1975, qualificazioni agli Europei. Anche l’unico giocatore inglese citato nel film, il centrocampista McKinley, non esiste.

Secondo uno studio del dizionario del cinema il Davinotti, sono trentadue le partite della Nazionale italiana di cui si vedono frammenti reali durante un film: 7 sono amichevoli, 17 tratte dai Mondiali, 7 dagli Europei (qualificazioni o fase finale) e una riguarda la Under 21. Le sette degli Europei partono da una Italia-URSS 1-1 del novembre 1963, presente nel film I maniaci (1964), episodio Lo sport, dove un capo ufficio (Raimondo Vianello) scommette la rettitudine muliebre sul rigore di Mazzola contro Jascin. Italia-Belgio 0-0 del 1980 si trova in Paz! (2002), Italia-Portogallo 3-0 del 1987 nel film Casa mia casa mia… con Renato Pozzetto (1988) e un’altra URSS-Italia (0-0 del 1991) è in Parenti serpenti di Mario Monicelli (film del 1992). La finale del 2000 tra Italia e Francia – compreso il golden gol di Trezeguet – è nel film Forse sì forse no (2004). Alla fine l’unica vera Italia-Inghilterra che si vede al cinema rimane quella di Pane e Cioccolata con Nino Manfredi, di cui abbiamo parlato alla vigilia della partita con la Svizzera. 

 

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  | Sei anni fa Lorenzo Fabiano pubblicava Il cameriere di Wembley (edizioni InContropiede), romanzo generazionale intorno alla partita del 14 novembre 1973, quella del gol di Fabio Capello su assist di Chinaglia, una partita così italianista, così esageratamente italianista che Gianni Brera la definì uno scippo”. I camerieri erano gli italiani che negli anni Settanta per cliché e per sfottò avevano quel marchio. Fabiano ricostruisce il clima delle domeniche del tempo: la passeggiata del mattino, il pranzo, lo stadio, il ritorno a casa, l’episodio di Attenti a quei due con Tony Curtis e Roger Moore, poi Novantesimo minuto e la telecronaca registrata di un tempo di una partita di serie A. Quasi sempre la Juve. Era l’Italia della Fiat 124 con i sedili in pelle rossa, dell’austerity e della crisi energetica. Nella prefazione al libro, Roberto Beccantini scrive che se Italia-Germania 4-3 del 17 giugno 1970, doverosamente citata e romanticamente addobbata, aveva rappresentato la rivolta di massa contro i luoghi comuni che ci volevano – rispetto a tutti, ma soprattutto ai tedeschi, furbastri e scansafatiche, Inghilterra-Italia 0-1 del 14 novembre 1973 costituì un marchio d’orgoglio, un timbro d’onore di tutti quei migranti che i tabloid avevano preso a pizze in faccia

Il protagonista della sua storia si chiama Aldo, ama a prescindere tutto ciò che è british, ma a Londra non c’è mai stato. È di Verona, dove con un’amichevole aveva chiuso la sua carriera Bobby Charlton e dove si sa che esiste un certo affetto verso Shakespeare. Così parte per questo viaggio iniziatico verso Wembley con suo genero Vito, e il resto casomai lo leggete. 

Fabrizio Ghilardi ha scritto con Wembley in una stanza (Minerva edizioni) una storia per ragazzi che è un’elegia del Subbuteo, regalo di mamma e papà per due fratelli. Intorno al tappeto verde sfilano i nomi della tragica coda degli Settanta e l’alba degli anni Ottanta, da Luciano Re Cecconi e Aldo Moro, a Bobby Sands e Margaret Thatcher. 

In Oltre la linea (editore ES), Fernando Acitelli mette in scena l’incontro tra Ernst Jünger e Martin Heidegger nella foresteria del castello di Wilflingen, nel giorno 30 luglio 1966, quel giorno là. Quando l’Inghilterra giocò la sola finale della sua storia fino a stasera, ovviamente a Wembley, contro la Germania Ovest ai Mondiali. 

Esiste poi curiosamente un libro dal titolo Wembley, Wimbledon. Non è un super instant book, ma un lavoro del polacco Wiktor Osiatyński, avvocato, costituzionalista, attivista sociale, cronista sportivo negli anni Settanta. Nel 1973, come corrispondente di Kultury aveva assistito al successo della sua Nazionale contro l’Inghilterra, nelle qualificazioni per i Mondiali dell’anno successivo in Germania, e nel 1979 era al torneo di tennis. Così ha raccolto i pezzi in questo volume, presentati dalla casa editrice come storie universali sulle debolezze e le forze umane, sulle emozioni – desideri, speranze, paure.  Troppi link mandano Slalom in spam, ma se masticate il polacco e siete appassionati di Gadocha e Fibak, lo trovate agevolmente. 

 

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cantori (ex) Nick Hornby | «La Superlega era patetica, ridicola e umiliante per i club che hanno aderito, compreso il mio, l’Arsenal. Boris Johnson è un politico. Quando ha capito dove stava soffiando il vento, si è opposto al progetto. Ma niente di quello che dice Boris Johnson è interessante. Si tratta sempre di Boris Johnson. La cultura con cui sono cresciuto è molto lontana da quella attuale. Io vengo da una generazione per la quale il calcio era come il traffico di droga. Ci hanno venduto all’inizio i biglietti per pochi soldi, quando è subentrata la dipendenza, i prezzi sono aumentati. Non abbiamo avuto altra scelta che andare avanti.  Secondo lei è giusto che i giovani non possano pagare il calcio in tv? In Inghilterra servono tre abbonamenti. Il sentimento d’appartenenza esiste ancora, ma vive nei pub o nelle trasferte». intervista di javier cáceres, Süddeutsche Zeitung

 

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