DI NICOLA CALZARETTA |
Azione d’attacco. Fallo del terzino. Fischio dell’arbitro, il suo braccio rimane giù. Punizione di prima. Venticinque metri dalla porta. E da quel momento inizia il film. Primo piano sul tiratore- specialista. Prende il pallone, lo coccola, lo carezza, talvolta lo bacia, prima di adagiarlo sull’erba. Torna in posizione eretta, un respiro profondo. Lo sguardo vola oltre la barriera mentre indietreggia per la breve rincorsa. E, come lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie, proietta nella sua mente i frame di ciò che accadrà di lì a breve. Tutto in slow motion e nel silenzio assoluto dello stadio che trattiene il fiato. La rincorsa, il colpo con il piede preferito, la parabola della palla che disegna in cielo un arcobaleno sorridente e il sette centrato, nonostante il tuffo del portiere. Sono gli attimi dell’attesa, i più inebrianti e carichi di adrenalina. Una sospensione che coinvolge tutti, avversari compresi. Un tempo bloccato, per lasciare correre liberi i più bei sogni.
Dragan Dzajic ha fatto due passi in retromarcia e laterali rispetto al pallone che ha posato con cura un secondo prima. Ha la maglia della Jugoslavia con il numero undici. Un blu intenso, come il colore del cielo di Zagabria quella sera del 19 giugno 1976. Attaccante mancino con immense qualità tecniche, bestia nera di Tarcisio Burgnich nella prima finale di Roma 1968. La barriera olandese si è formata, le distanze regolamentari ci sono. Lo svizzero Hungerbulher dà lo start. Dzajic mette la prima: due passi verso la palla, stavolta più velocemente per caricare a dovere il suo sinistro. Ha già chiaro cosa vuole fare: palombella a superare la barriera e pallone che atterra verso l’angolo non coperto dal portiere. E così sarà. Il suo tiro, quando mancano nove minuti alla fine, si alza morbido sopra il muro arancione per chiudere il suo arco a pochi centimetri dalla traversa. Non è angolatissimo, piuttosto è veloce nella discesa. Piet Schrijvers, un canarino giallo di cento chili, si frega da solo, con un ondeggiamento verso la sua destra. Il pallone gli sbuca dalla parte opposta. Vola lo stesso, con le braccia distese e le mani alfine giunte. Più una preghiera che un tentativo di parata. Dzajic nel frattempo, è sommerso da un abbraccio colore del cielo.
Frank De Boer non aspetta nessuno, invece. Anzi, fotte tutti sul tempo. Denis Bergkamp, che è il compagno più vicino al pallone, assorto nei suoi pensieri, traccheggia. I francesi, poi, sono ancora sul pullman fuori dallo stadio. Bernard Lama, le gardien dei Bleus, chiede la barriera, anche se la distanza è notevole. Lo ascolta Christophe Dugarry, mogio e con le mani sui fianchi. C’è anche il lungagnone Patrick Vieira accanto a lui, mentre al work in progress sta partecipando senza fretta David Trezeguet. Ma non ha il tempo di completare l’aggancio, anzi, per poco non si prende un proiettile in viso. Perché il capitano dell’Olanda, insensibile a quel noioso stand-by, ha sprintato verso il pallone e ha sparato un esterno sinistro fortissimo ad altezza uomo, tendente alla salita. Una fiondata improvvisa e velenosa. Vieira, impaurito, d’istinto si gira. Il pallone gli passa a un millimetro e fila dritto al centro della porta francese, per poi virare verso l’esterno carico di effetti speciali. Lama non ci capisce nulla. Oscilla ubriaco sulla linea di porta e quando capisce che il tiro è letale, ci mette il guanto. Troppo tardi. Il pallone si insacca sotto la traversa. Amsterdam Arena, 16 giugno 2000.
Bordeaux, 11 giugno 2016. Rossi contro blu, come nel calcio balilla. Allineati sulla stecca di ferro e alla distanze comandate. La pallina bianca è in gioco, gli “omini” magicamente iniziano a muoversi. I blu della Slovacchia sono sei, con la fastidiosa presenza di due rossi del Galles a farsi i dispetti. Un muro umano contro l’unico red-boy che sta di fronte a loro ad una manciata di metri. Sguardo severo, gambe divaricate, busto eretto. Si chiama Gareth Bale, numero undici, ex terzino sinistro, tramutatosi in costosissimo attaccante esterno, cento milioni di euro, tanti ne ha spesi il Real Madrid. Punizione per il Galles spostata leggermente sulla destra. Oltre venticinque metri dalla linea di porta. L’aria è carica di elettricità. La concentrazione è spinta al massimo. Bale ragiona: occorre un tiro liftato, forte. A scavalcare la barriera perché finisca nell’angolo più vicino? Ma anche no. Semaforo verde, il gallese si avventa sul pallone. Il mancino che ne esce fuori è carico di effetto, potente. Supera il muro blu, ma termina la sua corsa in bocca al portiere slovacco. Così sembra. Ma all’improvviso il pallone sterza deciso verso il palo più lontano, quasi fosse attratto da una calamita. Un inganno che inguaia Kozáčik convinto di poter respingere, anche in bello stile. Invece la sua divisa fluo non fa altro che evidenziare la beffa subita. Bale, intanto, braccia larghe, se la ride di gusto, mentre corre a festeggiare con i suoi tifosi.
È vestita completamente in bianco la Francia che affronta la Spagna il 25 giugno 2000 a Bruges. Arbitra Pierluigi Collina. Mezzora di partita già in archivio, parità assoluta. I francesi avanzano, Aranzabal ferma con le cattive Youri Djorkaeff. Punizione diretta. La mattonella è quella di Zinédine Zidane: centro sinistra, a venticinque metri dalla porta. Nessun dubbio che tiri lui, Djorkaeff che gli è accanto gli fa da chierichetto. Cañizares, il portiere spagnolo, maglia gialla e inserti neri, ha messo quattro dei suoi allineati a ostacolare il tiro del francese. Poi si sono intrufolati Thierry Henry e Patrick Vieira a fare polvere, trascinandosi dietro un altro paio di maglie rosse. In totale ci sono otto figure semoventi ad ostruire la visuale al numero uno spagnolo. E Zizou, con la zeta dolce, lo sa. L’attesa è finita. I movimenti di Zidane sono leggiadri. Il corpo leggermente inclinato all’indietro, la gamba sinistra ben piantata sul terreno e il destro che frusta il pallone con sapienza sudamericana. Armonia, forza, geometria. Helguera salta, ma gli serve solo per sentire più da vicino il sibilo della palla che gli passa sopra la testa con relativo spostamento d’aria. Il pallone gira come un frisbee e plana nell’angolo alla destra del portiere che vede tutto con ritardo fatale. Ha colpito ancora Zinédine Zidane detto Zizou. Con la zeta dolce.
Aristide Guarneri, stopper della Nazionale lo conosce bene. Fino all’anno prima sono stati anche compagni di squadra all’Inter. Sa che Angelo Domenghini, puledro di razza, ha una gran bella castagna. Roma, 8 giugno 1968. Dieci minuti al novantesimo. Punizione da una ventina di metri abbondanti per gli azzurri sotto di un gol. Guarneri per ingannare l’attesa, si avvicina a Domingo e gli bisbiglia qualcosa all’orecchio. Tira dritto in porta, gli dice. Domenghini si carica. Ci crede. Sente la scintilla scoccare dentro di sé. E poi si gioca allo stadio Olimpico, lo stellone una mano me la darà. La barriera della Jugoslavia è folta, cinque uomini, ben piazzati dal portiere. La rincorsa è lunga e dritta per il maggiore effetto dirompente del calcio. Il pallone colpito di collo viaggia dritto a mezzo metro da terra, forse anche meno, mantenendo la stessa quota fino a quando la rete della porta lo contiene, gonfiandosi. Domenghini non sta nella pelle, la sua gioia saltellante contagia anche i fotografi che invadono il campo. Il suo destro ha trafitto il muro sistemato da Pantelic, sfidando le leggi della impenetrabilità dei corpi. Le bellissime e suggestive immagini da dietro la porta, svelano l’arcano: le gambe aperte del numero nove Vahidin Musemic hanno permesso il passaggio del pallone. E alla fine di quel tunnel l’Italia è tornata a veder la luce.