L’anti-guida al torneo. Tre cose che si possono dire in ascensore: un convocato su cinque ha origini all’estero. La prima volta dei nati nel Duemila. E c’è chi gioca ancora in campionato
① Microcosmi
▻ Sono Europei ma arrivano da tutto il mondo. Niko Hämäläinen è nato a Miami e in America è rimasto a vivere fino all’età di 7 anni prima di tornare in Finlandia. Lyndon Dykes è australiano di Brisbane e gioca per la Scozia. Cinque brasiliani sono sparsi tra Italia, Russia (Mário Fernandes) e Ucraina (Marlon). In Giamaica è nato Raheem Sterling e nella terra di Bolt hanno origini anche altri due nazionali inglesi come Kyle Walker e Kalvin Phillips. Hakan Çalhanoğlu è nato in Germania e gioca per la Turchia, İlkay Gündoğan è nato in Turchia e gioca per la Germania. Due sono nati a Kinshasa, dove Muhammad Ali doveva ammazzare George Foreman: sono partiti dallo stesso luogo ma uno gioca per il Belgio (Christian Benteke) e un altro per la Francia (Steve Mandanda). Abbattendo i campanili ci sono irlandesi nell’Inghilterra (Jack Grealish), inglesi nel Galles (Tyler Roberts) e nella Scozia (Scott McTominay). Giocano con un’altra maglia due ragazzi nati in Italia perché i genitori a quel tempo esercitavano calcio da noi: il pugliese-spagnolo Thiago Alcántara di papà brasiliano (Mazinho) e l’emiliano-francese Marcus Thuram, di Lilian, nato in Guadalupe.
Il 19.5% dei convocati a questi Europei è figlio dell’età della mescolanza, di un mondo scomposto e ricomposto qualche volta dalle guerre e qualche volta dagli amori, in certi casi da un passaporto di convenienza, perlopiù dall’età della libera circolazione e dei confini riscritti, dal post-colonialismo, dall’immigrazione, dalle nuove opportunità. Tre nazionali su ventiquattro sembrano indifferenti, o semplicemente stavolta non è capitato: Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ventitré anni dopo il Mondiale bleu blanc beur, la Francia di Deschamps ha 17 ragazzi con una storia globale, da Ousmane Dembélé di padre maliano e madre senegalese-mauritaniana a Presnal Kimpembe che ha genitori di Congo e Haiti. E i francesi degli Europei non finiscono con la Francia: Guerreiro e Lopes giocano con il Portogallo, Nego con l’Ungheria, Laporte con la Spagna. La Svizzera da tempo multi-kulti ne ha portati 16: dai due nati di Yaoundé (Embolo e Mvogo) a Ricardo Rodríguez figlio di genitori cileni, dalle radici bosniache di Mario Gavranović e Bećir Omeragić a Djibril Sow cittadino del Senegal. Il suo CT Vladimir Petković è nato a Sarajevo e ha tre cittadinanze: croata (ius sanguinis), bosniaca (ius soli) e svizzera (acquisita). La Macedonia del Nord debutta con 7 giocatori di etnia albanese, sei turchi sono nati tra Germania, Austria e Paesi Bassi, sette finlandesi hanno vite che portano tracce di Slovacchia, Sierra Leone, Namibia. Il Valentino Lazaro dell’Austria ha madre greca e padre angolano. Marcus Rashford corre e segna per l’Inghilterra con una nonna di Saint Kitt e Nevis, l’isola ai Caraibi del centometrista Kim Collins campione del mondo 2003.
Agli ultimi Mondiali in Russia il 9% dei calciatori era nato in un paese diverso da quello per cui giocava. Emanuela Audisio scriveva: “A chi si appartiene: al ventre che ci genera o al cuore che ci cresce? Se la storia, la guerra e la fame, o più semplicemente la globalizzazione, scombussolano i nostri paesi e le nostre case, noi a chi dobbiamo riconoscenza e identità? E soprattutto: per chi dobbiamo tifare, per chi ci accoglie e ci regala un futuro o per chi ci stampa addosso il passato? Quando devi cantare un inno e dare tutto per novanta e più minuti, di chi sei? E a chi vuoi appartenere? C’è chi ha privilegiato il paese dei padri e chi quello dei suoi figli”.
Fu la volta in cui Xherdan Shaqiri, kosovaro con la maglia della Svizzera, segnò alla Serbia e fece il segno del volo dell’aquila, il simbolo della Grande Albania. Shaqiri è di nuovo qua. Non la Serbia, non l’Albania. “Il calcio permette di cucire (e a volte di scucire) continenti, religioni e lingue. Perché alla fine – scriveva Audisio – si è tutti fiumi in cerca di una porta e del grande mare”.
Un modo corretto di vivere le frontiere
è sentirsi anche dall’altra parte
Claudio Magris
② I figli del secolo
▻ Agli Europei francesi di cinque anni fa era troppo presto per vederne. Ai Mondiali di Russia nel 2018 nessuno ebbe l’audacia di portarne. Questo torneo slittato di 12 mesi è allora il primo per la Generazione Z d’Europa. Trentasette giocatori in tutto: 15 nati nel 2000, 8 nel 2001, 11 nel 2002, addirittura 3 nel 2003. Ventuno nazionali su 24 ne hanno chiamato almeno uno, il Galles ne ha portati cinque. Le eccezioni sono la Finlandia, l’Austria e la Francia rimaste così ostinatamente novecentesche.
La faccenda è bizzarra. La Francia è il Paese che fa giocare più minuti ai suoi Under 21 in campionato. Quest’anno sono stati 48, con le eccellenze di Diop al Monaco e Camavinga al Rennes. Come termine di paragone: in Germania sono stati 23, in Italia 18, in Inghilterra 17. Eppure nella Nazionale Blues ci sono ogni tanto salti generazionali, come avvenne tra la coppia Pogba-Varane del 1993 e il Kylian Mbappé del 1998. I francesi non avevano un Duemila nemmeno agli Europei Under 21 del 2019, mentre l’Inghilterra portava Foden e perfino l’Italia azzardava con la coppia Tonali-Kean. Quella Francia tornava a qualificarsi per una fase finale giovanile dopo 13 anni. Che Deschamps si presenti anche stavolta senza uno Zoomer, non è del tutto una sorpresa. Gareth Southgate ne ha quattro e di un certo peso: Jadon Sancho e Phil Foden, Bukayo Saka e Jude Billingham, mentre Joachim Löw ha chiamato Musiala nell’anno del ritorno dei veterani Thomas Müller e Mats Hummels. Noi siamo fermi al solo Raspadori.
③ Gli indifferenti
▻ Quando venerdì sera inizieranno a Roma gli Europei, in Irlanda staranno giocando la quindicesima giornata di campionato, mentre sabato tocca a Norvegia e Bielorussia. Il calcio dei club non s’è ancora fermato nemmeno in alcuni dei paesi che hanno la Nazionale qualificata al torneo. In Spagna stanno giocando gli spareggi per la promozione in Liga, Rayo Vallecano o Girona: non si saprà prima del 20, giorno successivo alla sfida tra Pedri e Lewandowski. Nella stessa data in Italia conosceremo il nome dell’ultima promossa in serie B mentre gli inglesi assegneranno orgogliosamente nel week-end il solo posto ancora vuoto tra i professionisti: Torquay, Stockport, Hartlepool oppure Notts County, il quinto club più antico al mondo, ma il primo tra quelli che sono emersi dal mondo amatoriale. I quattro più vecchi (Sheffield FC, Hallam, Cray Wanderers e Worksop Town) non ci sono mai riusciti. Il Notts è la squadra che a inizio Novecento esaudì la richiesta di Gordon Thomas Savage, un socio della Juventus che contattò un amico in Inghilterra per avere delle maglie con cui rimpiazzare la divisa rosa. Così arrivò il bianconero a Torino.
Inghilterra | La svolta epocale di una donna alla guida della federazione
Nel Paese che ha inventato il calcio e dove a Wimbledon bisogna ancora vestire di bianco, hanno affidato la guida della federazione a una manager (una womanager?). Debbie Hewitt assumerà l’incarico di presidente a gennaio, la prima donna in 157 anni di storia. La decisione è stata presa da un consiglio di 7 persone, guidato dal direttore non esecutivo Kate Tinsley. Hewitt colma il vuoto creato dalle dimissioni di Greg Clarke, costretto a lasciare a novembre, dopo un’audizione parlamentare nel corso della quale aveva parlato di coloured man, una definizione considerata offensiva. L’ex terzino Micah Richards, opinionista per il Daily Mail, scrisse all’epoca che non si trattava di razzismo, ma di un tipico imbarazzo linguistico e di una acclarata incapacità di scegliere le parole, presente soprattutto negli uomini bianchi di una certa età: «Non esiste un movimento Coloured Lives Matter».
A marzo il Times aveva anticipato la possibilità che finisse così e stamattina scrive che “la sua nomina dovrebbe aiutare a migliorare la reputazione della federazione”. Hewitt è tifosa del Liverpool, vive nel Cheshire, guadagnerà 190mila sterline all’anno per un ruolo da coprire tre giorni alla settimana. Sul serio: i giornali inglesi dicono così. È l’attuale presidente non esecutivo di Visa Europe e del marchio di abbigliamento White Stuff. Ha trascorso sei anni nel consiglio di amministrazione di The Restaurant Group. Si dimetterà da tutti gli incarichi attuali, mentre Paul McInnes sul Guardian ricorda che “la federazione ha previsto perdite finanziarie da covid per 300 milioni di sterline entro il 2024 e ha licenziato 124 persone”.
La lettera aperta del CT Southgate sui gesti anti-razzisti
società | “È stato un anno difficile. Tutti in questo paese sono stati colpiti dal lockdown e dai lutti. Ma abbiamo anche visto innumerevoli esempi di eroismo e sacrificio. Il virus ha dato a tutti noi una nuova comprensione della fragilità della vita e di ciò che conta. Quando pensiamo al grande schema delle cose, forse il calcio non sembra così importante. Ma quello di cui voglio parlare oggi è molto più grande del calcio. C’è una cosa che dico ai nostri giocatori prima di ogni partita dell’Inghilterra, il motivo per cui la ripeto è perché ci credo con tutto il cuore. Dico loro che quando vanno in campo con questa maglia, hanno l’opportunità di produrre dei momenti che le persone ricorderanno per sempre. Il mio senso di identità è strettamente legato alla mia famiglia, in particolare a mio nonno. Era un fiero patriota e un fiero militare, che servì il paese durante la seconda guerra mondiale. L’idea di rappresentare la Regina e la nazione è sempre stata importante per me. Non posso fare a meno di pensare a mio nonno ogni volta che cantiamo l’inno nazionale.
… I social media sono stati una risorsa chiave nel dare ai nostri giocatori una piattaforma e uno strumento per intervenire. Questa generazione di giocatori inglesi è più vicina ai tifosi di quanto non fosse da decenni. Nonostante la polarizzazione nella società, questi ragazzi sono sulla vostra stessa lunghezza d’onda su molte questioni. Tuttavia, ci sono cose che non capirò mai. Perché taggare qualcuno in una conversazione offensiva? Perché insultare qualcuno per qualcosa di ridicolo come il colore della sua pelle? Perché? Sfortunatamente per quelle persone, ho una brutta notizia da dargli: siete dalla parte dei perdenti. Ci stiamo dirigendo verso una società più tollerante e i nostri ragazzi ne saranno una parte importante. La consapevolezza della disuguaglianza razziale è passata a un livello diverso negli ultimi 12 mesi. Sono fiducioso che i ragazzi di oggi cresceranno con lo sconcerto verso i vecchi atteggiamenti. Per molti della generazione più giovane, l’idea di inglesità è molto diversa dalla mia. Capisco che abbiamo il desiderio di proteggere i nostri valori e le nostre tradizioni – come dovremmo – ma senza che la cosa vada a scapito del progresso.
… Solo una squadra può vincere gli Europei. Non ci siamo mai riusciti prima e non vediamo l’ora, credetemi. La verità è che il risultato è solo una piccola parte della posta in palio. Quando gioca l’Inghilterra, in ballo c’è molto di più. Qualunque cosa accada in campo, spero che i genitori, gli insegnanti e i dirigenti di club si rivolgano ai nostri giovani e dicano: – guardate. questo è il modo di rappresentare il nostro paese. Se riusciremo a fare questo, allora sarà un’estate di cui essere orgogliosi”.
di gareth southgate, Players’ Tribune