Europei 1984: il pallone di Platini sotto la pancia di Arconada

1984   Prima che Platini facesse passare la palla sotto il ventre di Arconada, la Francia litigava con la Gran Bretagna per una faccenda di frontiere e passaporti. Parigi aveva smesso di concedere l’accesso al paese per un massimo di 60 ore agli inglesi sprovvisti di documenti. Fino a quel maggio era stato sufficiente compilare un modulo a bordo dei traghetti e dichiarare la propria cittadinanza. Ma quando settecento immigrati clandestini avevano tentato di sbarcare a questo modo con l’avvicinarsi della bella stagione, in tutta fedeltà ai testi di Paolo Conte, l’Europa pre-Brexit si accorse dei francesi che si incazzano. 

Usciva nel frattempo il nuovo album di Yves Montand. Dopo il celebre recital all’Olympia di tre anni prima, non aveva più inciso un disco e per tornare a dire qualcosa che non avesse detto, su musica di David MacNeil, aveva affidato il testo di Vanessa a Françoise Giroud, ex direttrice del settimanale L’Express e ministro con Valéry Giscard d’Estaing: il racconto di una storia tra un seduttore maturo e una minorenne

I due grandi riti del maggio francese erano finiti con una corona per Wim Wenders e un’altra per Ivan Lendl. Il festival di Cannes aveva premiato il regista tedesco per Paris, Texas – in giuria Ennio Morricone, che fuori concorso era invece passato da autore con una trascurabile cosuccia messa in musica, a fare da colonna sonora per un film del suo vecchio socio Sergio Leone, un’opera-mondo nota com il titolo di C’era una volta in America, e che gli americani non capirono. Il Roland-Garros aveva invece consegnato la Coppa al ceko naturalizzato americano, capace di risalire uno svantaggio di due set e un break in finale contro John McEnroe, stroncando l’Utopia di una vittoria sulla terra rossa del serve and volley più duro e puro. 

Celebrava il terzo anno di governo François Mitterrand, in quei giorni inseguito da un neologismo che prendeva le mosse dal suo cognome e che secondo il sociologo Alain Touraine conteneva il paradossale «merito essenziale di averci sbarazzati dell’ideologia socialista». Era il mitterrandismo, che i politologi francesi chiamavano la seconda sinistra, imprenditoriale e libertaria, frutto del modernismo antigiacobino di Michel Rocard, del sindacalismo revisionista di Edmond Maire e dell’apporto della cultura cristiana. Si basava su una visione mista in economia, una terza via tra l’assistenzialismo statale e il liberismo puro. Per meglio spiegarlo, Mitterrand aveva dato un’intervista a Libération parafrasando Baudelaire e dicendo che «J’aime le mouvement qui déplace les lignes», «amo il movimento che sposta le linee». Uno direbbe che a parlare erano Guardiola o Klopp. E invece. 

 

  Spostava le linee pure il centrocampo di Francia, il famoso quadrilatero di Michel Hidalgo riveduto e corretto dopo il Mundial di Spagna chiuso in semifinale ai rigori contro la Germania. Al posto dell’estro di Genghini era entrato definitivamente a prendersi uno dei lati del perimetro l’impetuoso Fernandez, dinamico compensatore delle trottolinerie di Giresse, dei passi soffici di Tigana e dei conigli tirati da Platini fuori dai cilindri. La Francia più bella di sempre, in un torneo che proprio a metà campo aveva mostrato giocatori incantevoli. L’italo-belga Vincenzino Scifo, per esempio. Gianni Brera su Repubblica lo descriveva un normotipo vicino al longilineo, non alto di statura: corre armoniosamente, levando le ginocchia come un lipizzano: tratta la palla con sapienza inconfondibile. Vado a vederlo domani, ma fin da ora credo di poter dire che Scifo sia stilisticamente a mezzo tra Maradona e Rivera: del primo non ha forse il genio goleadoristico, del secondo non ha la potenza del lancio: in compenso, è bravo anche a riconquistare la palla, che è dote fondamentale di un centrocampista. Thys aveva parlato di lui come di un fuoriclasse ancora acerbo: in effetti, questo sicilianuzzo dal nome strano, sicuramente deformato dall’arabo, è un fuoriclasse precoce come tutti i fuoriclasse, da Meazza a Pelé, dallo stesso Rivera, peraltro un po’ troppo riluttante a correre, al divino aborto Maradona, per tacere di Angelillo, nazionale argentino a 16 anni, e di Pierin Boniperti, che se non fosse stato riccotto di nascita si sarebbe subito sacrificato a centrocampo, assurgendo a livelli inimmaginabili

Squisita era la linea di mezzo del Portogallo con i palleggiatori Pacheco e Chalana, incantatori di mediani e di scarponi altrui, ma troppo eleganti, troppo esteti per piacere a Brera, che li chiamò più volte masturbatores pilae, pur riconoscendo a Chalana la coscienza della verticalità del gioco, a Jaime Pacheco di saperlo organizzare. Eppure, scrisse, i portoghesi masturbano calcio con estri a volte piacevoli: però si sa che masturbatio non facit liberos (né goles)

 

Se ne fecero bastare due di gol per arrivare in semifinale, una partita epocale giocata a Marsiglia contro la Francia padrona di casa e persa solo al 119′ dei supplementari dopo aver guidato per 2-1. Una vicenda ribaltata ovviamente da Platini con una doppietta. Michel avrebbe chiuso il torneo da capocannoniere con un altro gol segnato in finale contro la Spagna, a sua volta promossa ai rigori su una Danimarca yè-yè che aveva sbagliato il tiro decisivo con un sensazionale attaccante del Lokeren, scoperto in quell’occasione dal Verona e portato in Italia. Preben Elkjaer Larsen sarebbe stato terzo e poi secondo al Pallone d’oro, atleta bufalino, un incrociatore, sfondatore impetuoso (sempre Brera), fino allo scudetto con Bagnoli. 

 

  La finale fu decisa da questo calcio di punizione di Platini passato sotto la pancia del povero Arconada, mentre il Tour de France partiva da Montreuil con una cronometro verso Noisy-le-Sec. Avrebbe vinto alla fine Fignon su Hinault, con dodici giorni insperati in maglia gialla per il gregario Vincent Barteau

Michel celebrò il suo trofeo mormorando: «Come diciamo in Francia, ho toccato il cielo varcando le soglie del paradiso. Io non so dire perché, non so spiegare questa mia esplosione, so soltanto che sono in forma come non lo sono mai stato nella mia vita». 

Brera eccepì sui modi. Viva la cara vecchia zia Francia. Giorno verrà che giocherà anche un bel calcio. Per ora, si accontenti di essere campione.

Candido Cannavò sulla Gazzetta dello sport scrisse: Ci troviamo di fronte a un personaggio che ha semplificato la sua leggenda, ha demolito col suo passo felpato, con la sua aria distaccata, con le sue espressioni suasive e gentili, tutte le epiche che accompagnano le imprese di un campione. È come se i demoni del calcio si fossero convertiti dinanzi alla sua naturalezza, alla sua logica cortese e prepotente. Nei momenti decisivi di una partita, la sorte chiama lui. Il biennio italiano suggerisce – anzi impone – una domanda: ma Platini era così anche prima? E se lo era, perché non aveva mai toccato questi vertici di rendimento che lo fanno oggi considerare il numero uno al mondo? La nostra opinione è che Platini avesse già addosso tutto il suo talento a ventisette anni, prima di arrivare in Italia. Ma giocava in una nazione dove il calcio non ha spessore drammatico, è uno sport come tanti, non un rito, né un fatto di costume, né un amore o un movente di unione nazionale. Immerso di colpo in un ambiente così vivo, così diverso, così coinvolgente, Platini non si è smarrito, anzi ha capito che qui il suo talento, la sua personalità avevano un valore molto molto più grande. Sappiamo bene che in Italia i francesi non sono amati. C’è stima per la loro cultura, c’è rispetto per il loro senso dello Stato; ma non una briciola di simpatia a livello popolare. Del resto questo non sentimento è perfettamente ricambiato, seppure con diversa visuale. Ebbene Michel Platini per le due settimane del campionato d’Europa è riuscito a far tifare gli italiani per la Francia. Questa sì, è un’impresa storica. Meriterebbe un’altra grande coppa. E penso che Pertini e Mitterrand sarebbero felici di dividersi la spesa. 

Pelé dal Brasile fece sapere: «Platini in questo momento non ha rivali, è il migliore di tutti». Mentre Michel alzava la Coppa, Juliano era in Spagna a comprare Maradona. 

 

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27 marzo 2020

 

  sconfitti | Di due cose Luis Arconada non parlava. Di politica e di religione. Su tutto il resto gli chiedevano un parere – il divorzio, la pillola, altre cose più scemotte – e a tutte rispondeva. Era stato il numero 1 della Nazionale al Mundial di casa e per giunta era basco. Negli anni della ferocia dell’Eta. Guadagnava 300 milioni l’anno solo dalla pubblicità. Lo mettevano in croce perché aveva una maglia sua, personalizzata, diversa da quella ufficiale della nazionale, e perché portava i calzettoni bianchi, non del colore della bandiera. Sembrava un affronto, sul serio, Arconada il ribelle – dicevano. 

Veniva da una famiglia agiata, i suoi lo avevano mandato all’Università, Scienze Imprenditoriali. Ogni mattina Arconada comprava quattro quotidiani: El Diario Vasco, Egin, Marca e El País. Era l’erede di una radice regionale che veniva da Iribar, da Urruticoechea, e che sarebbe proseguita fino a Zubizarreta. 

«È la geografia del paese che ci spedisce fra i pali. Il merito – diceva – è delle spiagge fredde su cui è meraviglioso giocare, a Gipuzkoa è una tradizione. Quando c’è la bassa marea, i bambini montano le porte, si può giocare scalzi ma pure con le scarpe. Il merito è degli sport contadini: tagliare tronchi, sollevare pietre, tagliare l’erba con la falce. Un portiere basco non se ne sta soltanto a deviare dei tiri, ma prende di petto anche la vita»

Un portiere basco, in quegli anni, stava a difendere col petto in fuori e col sorriso anche se dagli spalti lo chiamavano assassino. «Io non so cosa prova un catalano nel sentirsi un catalano, né posso immaginare cosa provi un gallego. Ma sono basco e so cosa vuol dire»

Quando gli scivolò la palla di Platini come una pezza di sapone, tutta la Spagna glielo fece pesare.

 

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