EUROPEI | 9 GIORNI ALLA PALLA AL CENTRO
Frammenti d’autore e flash dalle edizioni passate
1980 ► Tra lo scetticismo intorno a Bernardini nel 1976 e gli Europei di casa affidati a Bearzot, erano nel frattempo successe alcune cose. Era finito Carosello ma era iniziato Portobello e la tv aveva cominciato a trasmettere a colori. La contestazione di Lama alla Sapienza aveva fatto nascere il movimento del ‘77. Kappler era fuggito dal Celio. Gli anni di piombo avevano toccato il culmine con la strage della scorta di Aldo Moro, il suo rapimento e il suo omicidio, mentre a Torino si chiudeva il processo alle Brigate Rosse. L’Italia aveva eletto un ex partigiano (Sandro Pertini) come presidente, un uomo schietto che usava la tv per chiedere chi avesse preso i soldi del Belice (qui ne parlava Troisi). Il Vaticano aveva sepolto due papi in 40 giorni e ne aveva eletto un terzo, straniero, venuto dalla Polonia. Nilde Iotti era diventata la prima donna a presiedere la Camera. In Sardegna avevano rapito Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Umberto Eco aveva visto trasformarsi Il nome della Rosa in un bestseller mondiale. Due settimane prima degli Europei avevano ammazzato Walter Tobagi del Corriere della sera.
Il calcio aveva avuto le due torinesi a 51 e 50 punti nello stesso anno, entrambe poi declinate dinanzi allo scudetto della stella del Milan e il primo dell’Inter dopo nove anni. La Nazionale era rinata al Mundial in Argentina, sistemato al centro di un duplice shock: l’omicidio di Luciano Re Cecconi in una gioielleria e lo scandalo delle scommesse, che aveva tolto all’Italia insieme Bruno Giordano e Paolo Rossi alla vigilia di un torneo che addirittura all’improvviso si poteva vincere.
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23 marzo 2020
Non fu vinto. L’Italia chiuse il girone al secondo posto dietro al Belgio per l’incapacità di batterlo, nonostante nemmeno un gol subito in tre partite: 0-0 con la Spagna, 1-0 all’Inghilterra, 0-0 con la Nazionale che giocava esasperando il ricorso al fuorigioco. In una intervista con Gianni Mura per Repubblica il suo CT Guy Thys avrebbe spiegato due anni dopo al Mundial di Spagna che «a me piace più il football europeo di quello sudamericano, mi piace più la sostanza del balletto. Il calcio è una cosa semplice: o si è più forti degli avversari o si cerca di renderli più deboli, più insicuri. Il fuorigioco non è un’invenzione nostra, è nel regolamento. So che in Italia vi siete stupiti vedendolo applicare con tanta sistematica attenzione. Mi lasci spiegare com’è nata la tattica, nel ‘78, quando nel girone di qualificazione agli Europei dovevamo affrontare la Scozia. Gli scozzesi – con Jordan e Dalglish – erano pericolosi specialmente di testa. Così abbiamo deciso di uscire tutti in avanti per impedirgli di fare il loro gioco. O scattando sul cross dall’ala o anche prima, sul lancio all’ala. È riuscita, questa trappola, a meraviglia, anche venti volte di fila gli scozzesi ci sono cascati. In sostanza, la prego di credermi, non è che il gioco del Belgio sia il fuorigioco. È un’arma in più, che usiamo quando ci sembra utile, con realismo».
In più nel Belgio giganteggiò in regia Van Moer, trentacinquenne che sosteneva di essere fresco grazie al fatto che si era fratturato quattro volte la gamba e non aveva giocato poi davvero così tanto. Una delle quattro volte aveva provveduto Bertini e con l’Italia sentiva di avere un conto in sospeso.
Gianni De Felice sulla Gazzetta dello sport scrisse il giorno dopo: “Certo, quell’irritante ostruzionismo dei belgi è davvero fuorigioco: nel senso che è fuori dall’autentico gioco del calcio. Certo, quell’infortunio di Antognoni ha squilibrato la squadra. Certo, quel fallo di mani andava punito con un rigore a nostro favore. Ma chi ha visto, ha capito: l’Italia non ha avuto la forza di lacerare la ragnatela belga. Non ha avuto la personalità per imporsi a un avversario fin troppo scaltro. Molti indizi fanno pensare che il nostro calcio non era in grado di allestire oggi una nazionale che disponesse di tutte queste risorse. Ed è questo il motivo per il quale, ora non sarebbe del tutto appropriato un processo a Bearzot. Due anni fa Bearzot portò in Argentina una nazionale impostata sulla Juve ancora nel pieno del suo splendore. Da allora la stella juventina è andata declinando all’orizzonte, ma nessun’altra si è levata a sostituirla. Ieri sera si è visto che questa è ormai una nazionale finita. Possiamo esserne dispiaciuti, non stupiti”.
Otto giocatori tra gli 11 in campo quella sera sarebbero stati titolari al Mundial di Spagna due anni dopo: fuori Benetti Bettega e Causio, dentro Cabrini Conti e Rossi.
voci Enzo Bearzot | Non mi va di essere preso soltanto per un uomo onesto. Per me l’onestà è una componente fondamentale della vita: ma io voglio essere considerato anche un bravo tecnico. Onestà e bravura devono viaggiare di pari passo. Mi ha distrutto moralmente, questa storia delle scommesse clandestine. Durante la notte non potevo dormire: mi tornavano in mente Paolo e Bruno. Questi ragazzi hanno sempre giurato di essere innocenti. E io a loro credo. Ci siamo guardati negli occhi: non possono aver mentito
intervista di darwin pastorin, Guerin Sportivo numero 24 del 1980
Vincerà la nuova Germania ringiovanita, 2-1 in finale sul Belgio con doppietta del gigantesco Hrubesch – il gol decisivo a due minuti dalla fine – piazzato di fianco a Rummenigge e al sorprendente Allofs (una tripletta all’Olanda), del quale Giulio Accatino su la Stampa scriverà: “È scapolo, guadagna 150 milioni l’anno, possiede una Mercedes 280 e anche un cavallo da corsa, che ogni tanto gli porta a casa qualche moneta. È disposto a venire in Italia. Costa anche relativamente poco, 800 milioni appena”.
Ma era a centrocampo che la Germania aveva i suoi giocatori migliori, la purezza del cristallo del 23enne Hansi Müller e l’elettricità raffinata del 21enne Bernd Schuster, il miglior giocatore del torneo. Grazia Buscaglia sul Guerin Sportivo lo intervistò: “Il fisico e i lineamenti rispecchiano i canoni tipici della bellezza teutonica: capelli biondo-oro, occhi azzurri e quattro peli per baffi, fatti crescere per sembrare più uomo. Accanto a lui, Hansi Müller sembra provenire da un altro pianeta, con quel suo aspetto da uomo latino. Schuster mostra ancora tutta la timidezza e l’imbarazzo di chi si trova veramente nell’occhio del ciclone. La fama gli è piombata addosso da poco e Schuster non ha ancora avuto modo, per sua fortuna, di credersi un divo”.
Aveva giocato a Napoli una partita pazzesca contro l’Olanda, prendendo un palo, servendo un assist e dando la sensazione di essere ovunque. «La sera prima di scendere in campo – disse al Guerino – avevo sentito mia moglie per telefono e mi aveva detto che in Germania la stampa parlava di me come uno dei protagonisti di quest’Europeo: Gabrielle mi aveva incoraggiato a dare il massimo ed era certa che ce l’avrei fatta. Ho giocato con disinvoltura, tutto mi riusciva più semplice del solito e non mi sentivo mai stanco, avrei continuato a giocare tutta la notte».
In un pezzo colmo della sua ironia, Gian Paolo Ormezzano su la Stampa scrisse: “Per Gennaro Esposito, abituato al massimo ad eccitarsi con Napoli-Avellino, è stato uno spettacolo nuovo. Anche gli olandesi sono diventati il più possibile einsteiniani, e i gemelli Van De Kerkhof hanno preso a giocare il calcio sommario ed euclideo che consiste nel gettare avanti la palla ed inseguirla. Bisontesco e triste è diventato Krol, bisontesco e allegro Hrubesch”.
Quanto al neo-divo Schuster disse che tutti vedevano in lui una “luce fissa valida per anni: ma il tedescone ha giocato in tutto due partite, bisognerebbe aspettare un altro po’”.
Dopo la 21esima presenza il Biondo si rifiutò di giocare contro l’Albania per essere presente alla nascita del secondo figlio. Fu uno scandalo in Germania. Non lo chiamarono più. Al Mundial di Spagna non c’era, non ne avrebbe mai più giocato uno. Ma che campione che era.
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