EUROPEI | 10 GIORNI ALLA PALLA AL CENTRO
Frammenti d’autore e flash dalle edizioni passate
1976 ► La chiamavano normalizzazione e a Praga la portava Gustáv Husák, centrista, slovacco, segretario generale del partito e presidente. Aveva tirato il sipario sulla primavera di Dubcek e si stava preoccupando di riallacciare la Cecoslovacchia al periodo precedente le riforme. Tornavano le purghe, la vita sotto l’ombrello sovietico, l’economica statale. Sette mesi dopo gli Europei di Belgrado, un manifesto chiamato Charta 77 sarebbe apparso su alcuni quotidiani tedeschi con la firma di 243 tra artisti dissidenti ed ex uomini di Stato. Il documento era critico verso il governo, accusato di non rispettare i diritti umani. Gli autori vennero arrestati, persero il posto di lavoro, il filosofo Jan Patočka morì per le torture patite.
La conformità ideologica restaurata a Praga aveva un controcanto nel calcio, dove la Nazionale era invece moderna, modernissima, fino a essere chiamata la piccola Olanda dell’Est. Aveva un portiere fenomenale, Ivo Viktor, il solo nella storia a essere finito sul podio del Pallone d’oro a parte Yashin, i tedeschi (Kahn, Neuer) e gli italiani (Zoff, Neuer). Il terzino Pivarnik si trasformava in ala destra, da libero torreggiava Ondrus, per doti atletiche una specie di Hulshoff, insuperabile di testa, incursore in area e calciatore di punizioni. Doblas era il tuttocampista, Modar il dribblomane con il tiro da fuori, Panenka lo sgobbone, Pollak il sarto tra i reparti, davanti Masny e Nehoda, che scimmiottava parecchio da vicino Rensenbrink.
Furono gli Europei dei tempi supplementari, e non solo. Le due semifinali e le due finali non finirono mai al 90’. I ceki avevano battuto proprio l’Olanda (3-1), la Germania aveva fatto lo stesso con la Jugoslavia (4-2), affidandosi allo stesso gruppo campione d’Europa 1972 e campione del mondo 1974. Con la sola eccezione di Gerd Müller, sostituito inizialmente dal capocannoniere del campionato, Klaus Toppmöller, e dopo un incidente stradale alla vigilia, dal debuttante Dieter Müller.
Roberto Milazzo per la Gazzetta dello sport raccontava che “il suo vero cognome è Kaster, ma a tre mesi dalla sua nascita la madre piantò il padre, ottenne il divorzio e sposò un ricco industriale, che dodici anni più tardi adottò Diest, dandogli il proprio cognome. Ricco di famiglia, Diest ha l’hobby delle automobili: nell’ultimo anno ha cambiato quattro Porsche. Un malanno ai reni parve mettere fine alla sua carriera di calciatore lasciandogli aperta soltanto quella di play-boy miliardario (il signor Müller è morto due anni fa, lasciandogli in eredità un’autentica fortuna e una fabbrica di trattori). Tre mesi di cure in una clinica lo rimisero in sesto”.
Dieter sarebbe stato l’artefice della rimonta in semifinale e il protagonista del 2-2 acciuffato in finale contro la Cecoslovacchia dopo lo 0-2 in venticinque minuti. Come finì ai rigori lo sanno tutti. Hoeness sbagliò il suo tirandolo oltre la traversa: i titoli del giorno dopo si concentravano sul suo errore. Panenka segnò quello decisivo con un cucchiaio, dando il suo nome a un gesto, ma lì per lì la cosa passò quasi sotto silenzio.
Così come parve naturale una foto che oggi è uno dei rimpianti dei ceki.
Andarono a sollevare la Coppa con le maglie dei tedeschi. Clic. Per sempre.
Quella sera finì con i cechi che baciavano la Coppa e la sollevavano felici, ma avevano addosso il bianco dei nemici. Clic. Sei anni prima Pelé aveva vinto il Mondiale, eppure non era mica andato a prendersi la Rimet vestito dell’azzurro di Burgnich. «Lì per lì non ce ne rendemmo conto, altrimenti non l’avremmo fatto» hanno spiegato negli anni a venire Ondrus e Nehoda. Fu come perdere anche nell’unica volta in cui erano riusciti a vincere.
Al rientro a Praga, gli ufficiali comunisti non ne furono contenti. Pesava più l’immagine sbagliata dell’impresa compiuta. I burocrati salvarono solo il patriota Panenka, perché aveva tenuto la sua divisa rossa poggiata sulle spalle fino all’ultimo. «Ma fu per caso – ha spiegato lui – non per scelta. Quando riemersi dall’abbraccio dopo il rigore segnato, gli altri avevano già scambiato le maglie, io lo feci alla fine negli spogliatoi».
| Bruno Bernardi su la Stampa scrisse: “Stamane si versano fiumi di stupefatta retorica e i tecnici si rimangiano inveterati ostracismi. E si parla di «strepitoso calcio danubiano» fino a ieri sinonimo liberty da deprecare. La Cecoslovacchia ha impressionato per i progressi tattici. Ha battuto l’Olanda, turbata da profonde polemiche, usando le stesse armi che un tempo erano degli avversari: aggressione a tutto campo, ritmo irresistibile, movimenti perfetti nel contesto di un complesso senza punti deboli. Jazek, ex allenatore delle giovanili del Dukla e dello Sparta, ha guidato con discreto successo l’Ado di Den Haag e ha imparato molte cose in Olanda, tant’è che la Cecoslovacchia ha molte affinità con gli arancioni. Dopo alcuni anni di intenso e indisturbato lavoro, Jazek ha messo insieme una squadra di prim’ordine”.
Insomma, danubiani nello stile non erano più.
Gianni De Felice per il Corriere della sera scrisse che era discutibile la conclusione, inequivocabile il contenuto. “La Cecoslovacchia è campione d’Europa perché il tedesco Hoeness ha sbagliato un rigore dopo centoventi minuti di gioco. Con tutto il rispetto per l’ammirevole squadra boema, ciò non sembra giusto sotto il profilo della morale sportiva. La lotteria dei calci di rigore appena meno assurda del testa o croce. Il messaggio riguarda il tipo di gioco, ormai decisamente orientato verso il movimento, l’intercambiabilità dei ruoli, la capacità offensiva, l’efficienza atletica. Nessuna delle quattro squadre finaliste ha creduto di poter vincere chiudendosi in difesa e giocando di rimessa. Nessuna delle squadre si è disfatta sotto il peso dei supplementari: segno di una preparazione di fondo solidissima. Oggi c’è chi dice in Italia che non non abbiamo atleti così: sono gli stessi che criticano i tentativi innovatori di Bearzot. Convinciamoci una buona volta che non li avremo mai, se non passeremo a un gioco capace di costruirli, prepararli, temprarli, stimolarli. Il gioco che tedeschi, olandesi, jugoslavi e ceki ci hanno fatto vedere”.
Sono echi di polemica anti-breriana, come quattro anni fa. Erano tempi così. Lo scontro ideologico fu lungo e aspro. L’Italia stava provando a ricostruire dopo il Mondiale azzurro tenebra raccontato da Arpino. Bernardini ammucchiava debuttanti. Un grande setaccio generazionale. Avrebbe chiamato una sessantina di giocatori, anche in Serie B (Bertuzzo, Facchi, Pirazzini) e anche in serie C (Martelli del Livorno).
Molti misurarono in quei giorni la distanza tra il torneo elettrico visto in Jugoslavia e lo stato del calcio italiano. Angelo Rovelli su la Gazzetta dello sport commentò: “Sia ben chiaro, e milioni di telespettatori lo hanno constatato, che fra il calcetto indigeno e questo degli Europei c’è un abisso. Sul moto perpetuo dei cecoslovacchi c’è da riflettere e da lì ripartire. Altrimenti si fanno quattro passi e si torna a casa, anzi neppure ci si imbarca per l’Argentina”.
Pier Cesare Baretti su Tuttosport disse che i ceki “non hanno i Cruyff e i Neeskens, non hanno i Beckenbauer e gli Hoeness, gli manca cioè l’uomo da otto e mezzo o nove, ma la loro media è sicuramente sul sette. Il fatto curioso è un altro. Questa Nazionale cecoslovacca, che si è imposta all’Europa offrendo una delle più valide interpretazioni mai viste del calcio totale di matrice tedesco-olandese, non è la fedele espressione del football boemo. Ci hanno detto i giornalisti cecoslovacchi che nel loro campionato il livello del gioco è tutto sommato modesto, che la gente corre poco, che insomma si battono strade molto tradizionali. Infatti loro stessi si sono sorpresi, quasi al punto da non crederci, di fronte a questa squadra così bella, così mderna, così perfetta”.
Il Guerin Sportivo titolava in quelle settimane che “siamo l’Italia di Gimondi e Panatta”. Il primo aveva vinto il Giro, il secondo Roma e Parigi. E il calcio? Italo Cucci commentò: “Quanti di voi, lettori, vedendo Cecoslovacchia.Olanda, Germania-Jugoslavia e Cecoslovacchia-Germania hanno pensato, magari per un attimo, a quel che avrebbe potuto far l’Italia, opposta a una di quelle squadre ricavandone soltanto una penosa sensazione di impotenza? Ecco: il calcio italiano deve fare una volta di più un sereno esame di coscienza, quindi battersi il petto e infine promettere di far meglio, molto meglio, per il futuro. Ma per far meglio non basta offrire altre chiacchiere ai tifosi delusi, ma esemplari correttivi alla insostenibile situazione attuale. Abbiamo letto che il presidente Franchi ha espresso parere favorevole alla conferma di Bearzot perché gliene hanno “parlato molto bene all’estero”. Sembra uno scherzo. Perché all’estero (soprattutto là dove abbiamo rivali pronti ad affrontarci e a batterci) non possono che essere entusiasti di questo Bearzot perdente”.
Arrivò invece il Mundial d’Argentina e Bearzot scoprì negli anni a venire di avere nel Guerin Sportivo una delle poche testate al suo fianco.
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