Cosa prova un fotografo mentre lavora dinanzi a un dramma

È da due giorni che si discute delle immagini di Eriksen, di cosa si è visto e intravisto, cosa è stato mostrato e cosa è rimasto nascosto, della barriera di uomini e dei teli che hanno protetto la scena, del confine tra il diritto di cronaca e il rispetto per la dignità di una persona, delle accuse di sciacallaggio che hanno spinto la BBC a scusarsi per alcune inquadrature troppo strette. 

Ieri su Twitter è intervenuto Lars Rønbøg, fotografo danese di Getty, per raccontare in una catena di messaggi (thread) la difficile gestione di una sera nella quale un mestiere che è testimonianza ha dovuto mettere in discussione la propria natura. Una riflessione sul ruolo, sull’etica e sulla pratica della fotografia. 

È naturale in ogni fotografo sportivo fare di tutto per essere colui che ha l’IMMAGINE. Io non faccio eccezione. Scatta, scatta, prima scatta, e dopo ti fai le domande. Ieri sera la cosa è finita a un livello che non avevo mai considerato. Una partita di calcio è un reportage. Sarei un cattivo fotoreporter se non scattassi tutte le foto che posso fare. Questa è la Fase 1. La Fase 2 è la più importante e assolutamente cruciale: una volta che hai l’IMMAGINE, premi il pulsante Invia o il pulsante Elimina? Ieri – racconta Rønbøg – ero seduto a 15 metri dal punto in cui Eriksen è caduto. Ho tutto. Eriksen da solo sull’erba prima che Mæhle prendesse in mano la situazione, i giocatori in ginocchio intorno a lui, il massaggio cardiaco violento del dottore, gli elettrodi, i giocatori che piangono, la faccia inorridita della fidanzata in disparte. Nella situazione reale in cui ci si ritrova – nei primi minuti – tutto funziona con un pilota automatico: panoramica di foto, primi piani, compagni di squadra, medici, reazioni, tifosi, allenatore, reazioni del principe ereditario e della principessa ereditaria a 80 metri di distanza, eccetera. E poi arrivano le considerazioni

 

Prima di esporre le sue, Rønbøg fa una premessa di natura tecnica, di metodo, in questo lavoro – come tanti – molto cambiato dalla cultura digitale: sia nei meccanismi di realizzazione sia nella relazione con i clienti e con il pubblico. 

Alcuni anni fa – spiega il fotografo danese – abbiamo ottenuto l’accesso speciale per inviare le immagini, non modificate, direttamente dalla fotocamera al server di Getty Images, in modo che i clienti possano scaricarle pochi secondi dopo. Quindi sono io che decido per me stesso. Cioè, sono l’editor dei miei stessi scatti e devo scegliere quali immagini inviare da una partita. In 9999 partite su 10000 fila tutto liscio. Ieri è stata la partita numero 10000. Sfortunatamente ho inviato rapidamente una foto di Eriksen sdraiato da solo sull’erba. Dopo pochi minuti, mi sono pentito della decisione perché era chiaro che se la situazione fosse degenerata, si trattava di un’immagine violenta. Per un colpo di fortuna, la rete ha segnalato un errore su quella foto – l’unica foto che non si è caricata in tutta la sera. Nei minuti successivi, ero perplesso su quali immagini inviare. Ho scattato diverse foto e mi sono accontentato di inviarne alcune riprese a distanza, con schermatura. Ho chiesto a un collega accanto a me come si stava regolando – era altrettanto in dubbio. Dovete sapere che sapevamo poco, come tutti gli altri. Non abbiamo potuto (per fortuna) vedere nulla e non abbiamo ricevuto messaggi su ciò che veniva mostrato e raccontato in TV. Quando Eriksen è stato portato via, non sapevamo se fosse vivo o meno. Gli spettatori nelle sezioni superiori degli spalti potrebbero essere stati in grado di guardare verso il basso e vedere ciò che tutti abbiamo visto in seguito – vale a dire che Eriksen ERA cosciente quando è stato portato fuori dallo stadio – io non lo sapevo. Quando nello stadio si è fatto silenzio, è cominciato il montaggio delle immagini

 

Getty – continua Rønbøg – aveva anche un fotografo dall’altra parte del campo e l’agenzia sta collaborando in via del tutto eccezionale con altre agenzie. Alcune immagini appartenevano a una zona grigia, ma nessuna superava il mio limite. Ero in dubbio sulla foto della ragazza di Eriksen insieme a Kjær e Schmeichel e ne ho scelta una senza la sua faccia. Tuttora sono indeciso, perché Kjær è stato molto elogiato per la sua empatia. La prova del suo atto sono le foto in cui abbraccia e conforta la ragazza: la gente non dovrebbe avere l’opportunità di vedere quella foto? Non ho ancora caricato il mio scatto in cui si vede la ragazza, ma in giro c’è un’immagine della situazione sia di Getty sia di altri media. Nel corso della serata, la selezione è diventata più facile quando sono arrivate le notizie positive sulle condizioni di Eriksen. Anche oggi ho scelto altre foto

 

Rønbøg si domanda allora quali considerazioni faremo in futuro per selezionare immagini pertinenti. Ieri sera, prima di lasciare il centro stampa, ho visto alcune delle foto di altri colleghi danesi, in particolare dei fotografi che avevano un posto sugli spalti. Immagini violente! Posso rassicurarvi che i fotografi non hanno mandato in circuito le peggiori o le hanno cancellate. Ho notato che i media e i fotografi stranieri si sono avvicinati di più e hanno selezionato situazioni che io stesso ritengo siano al confine. Non ho trovato esempi in cui penso che il limite sia stato chiaramente attraversato. Ma ognuno di noi ha un suo limite. La nostra empatia nazionale entra forse in gioco? Ci siamo chiesti se noi fotografi danesi avremmo selezionato immagini più forti in una partita – che so – tra Finlandia e Svizzera. Non lo so. La partita si è giocata, è finita e io non so valutare cosa fosse giusto. La Finlandia ha vinto, ho delle belle foto delle situazioni più importanti ma niente di tutto questo contava davvero. Voglio solo dire che anch’io mi sono seduto con le lacrime agli occhi per lunghi, lunghi minuti allo stadio ieri.

 

il dibattito nella storia | Henri Cartier-Bresson, uno dei pionieri e dei maestri del fotogiornalismo – attivo dagli anni 50, morto nel 2004 – ha detto una volta in una intervista che per avere una buona foto «bisogna cercare di collocare la macchina tra la pelle di una persona e la sua camicia. Si tratta di rubare qualcosa, e a volte è molto imbarazzante. Il nostro mestiere è molto indiscreto. C’è qualcosa di rivoltante nel fatto di fotografare le persone, è una violenza, questo è certo. Dunque, se non interviene una sensibilità, c’è qualcosa di barbaro, si strappa qualcosa. Ci vuole tanta sabbia per trovare la pepita. Si deve spremere tanto latte per fare la panna. Il momento dello scatto si colloca a metà strada fra il gioco del borsaiolo e del funambolo». 

Queste sono la foto e la copertina che fecero scandalo nel 1959, quando un giovane Marcello Geppetti, negli anni della Dolce Vita, si trovò di notte ai piedi dell’Hotel Ambasciatori in fiamme. Marcello Geppetti è considerato dalla critica americana il più sottovalutato nella storia della fotografia. È sua la foto-scoop del bacio tra Liz Taylor e Richard Burton in barca. Come ha raccontato lui stesso in varie interviste, quella notte si trovava a via Veneto alla ricerca di personaggi famosi. 

Passando vicino al Pipistrello, un frequentato night-club dell’epoca – si legge sul sito dedicato alla sua memoria e alla custodia del suo patrimonio fotografico – notò la macchina di Soraya, ex moglie dello Scià di Persia, parcheggiata davanti al portone di casa del principe Raimondo Orsini. La speranza di poter fotografare l’ex imperatrice, nel momento in cui sarebbe uscita dall’abitazione del principe, spinse Geppetti ad appostarsi ad un angolo lì vicino per attenderla

Invece finì nel panico e in mezzo alle urla che chiedevano aiuto per l’incendio al quinto piano dell’hotel. 

Così, ci fu una prima donna che si lasciò cadere giù dal davanzale. In quel momento, quando era evidente che nulla, fuorché i pompieri, avrebbe potuto evitare quella disgrazia, Marcello Geppetti riprese la macchina fotografica che nel caos di qualche istante prima aveva poggiato a terra e scattò delle foto. Dodici fotografie scattate come un automa. Dodici scatti, non di più. Ogni scatto era qualcosa che sarebbe rimasto impresso nella mente di Geppetti per anni, sepolto nei suoi incubi delle notti più agitate. Non ebbe il coraggio di cambiare rullino e fare altre foto. Anche per un professionista del suo calibro erano degli scatti dal differente peso specifico. Nonostante questa accorta sensibilità, nonostante la collaborazione con gli altri passanti per cercare di limitare il disastro, il giorno successivo Marcello Geppetti veniva descritto come un mostro, un uomo cinico e disumano che per qualche milione aveva scattato delle foto indegne, irrispettose nei confronti degli individui e irriverenti verso la morte.

L’Osservatore Romano chiese per lui la scomunica. Lui rispose: «Ho fotografato come un automa. Solo il giorno dopo ho capito che le mie fotografie valevano milioni. Non è vero che sarei passato sopra a qualsiasi sentimento per avidità di danaro. Succede ad ogni persona che fa il fotografo professionista: altrimenti non esisterebbero tante fotografie di avvenimenti drammatici, o di guerra». 

Il compito del fotoreporter – si legge sul suo sito – è ritrarre la realtà, per quanto, alle volte, possa apparire macabra e dolorosa. Per Geppetti questo è sempre stato chiaro e lo ha ribadito in diverse interviste: bisogna fotografare, poi sta al direttore del giornale scegliere se pubblicare o meno determinati scatti.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.