Europei 1972: La Coppa di Beckenbauer e della Ostpolitik di Brandt

  EUROPEI | 11 GIORNI ALLA PALLA AL CENTRO

Frammenti d’autore e flash dalle edizioni passate

 

  1972   Da quando tre anni prima era andato al governo, Willy Brandt in Germania stava predicando la necessità di costruire un ponte con l’Est. Governava in coalizione con i liberali e aveva messo fuori gioco la CDU. Era andato in Polonia e si era inginocchiato davanti al monumento ai caduti della rivolta del Ghetto di Varsavia. Non ne aveva parlato a nessuno, diventò l’immagine della sua politica estera. La Ostpolitik. Avendo giudicato irraggiungibile la riunificazione, si stava preoccupando per la prima volta di parlare con l’altra Germania al di là del Muro di Berlino, e dunque con l’URSS. Aveva allacciato relazioni con Jugoslavia e Romania. Portò nel maggio del 1972 all’approvazione del Bundestag i trattati scritti due anni prima. Quello di Mosca prevedeva il riconoscimento del confine Oder-Neisse e stabiliva che la riunificazione sarebbe stata raggiunta per autodeterminazione del popolo tedesco. Con quello di Varsavia la Germania ovest riconosceva la perdita dei territori della seconda guerra mondiale e si impegnava a non fare di Berlino la capitale. In parlamento Brandt ottenne 248 voti a favore e le 238 astensioni della CDU. Il partito socialdemocratico fece la sua campagna elettorale 1972 tutta su questo tema. 

Una vittoria di Pirro scrisse Vittorio Brunelli sul Corriere della sera, il quotidiano che aveva cambiato da un paio di mesi indirizzo politico con la direzione progressista di Piero Ottone. Avrebbe portato Pier Paolo Pasolini sulle sue pagine e spinto Indro Montanelli verso l’addio. Un fondo uscito sull’Unità attaccava la DC italiana per non aver detto nulla sull’opposizione della CDU alla strategia di Brandt. La realtà è che Forlani e i suoi – c’era scritto – si smascherano una volta di più come avversari del processo distensivo nel nostro continente e come fautori del ritorno alla guerra fredda, con tanti saluti al loro proclamato pacifismo ed europeismo

 

Nessuno poteva sospettare che le divinità del pallone avrebbero accoppiato per la finale degli Europei alla Germania ovest proprio l’Unione sovietica. Dopo aver disertato le prime edizioni, a due anni dai Mondiali in casa, la Nazionale aveva battuto in semifinale ad Anversa il Belgio, dal quale era stata eliminata l’Italia, per otto un­dicesimi uguale alla squadra campione di quattro anni prima. Avevano esordito Causio e Capello, Bertini aveva fratturato la gamba a Van Moer, l’attendismo all’italiana iniziava a mostrarsi inadeguato dopo le Coppe dei Campioni di Herrera e Rocco. L’URSS aveva eliminato l’Ungheria e alla finale arrivava da sfavorita assoluta. In ritiro a Le Grand Veneur di Keerbergen, i russi venivano raccontati alle prese con le loro saune dimagranti. I tedeschi erano diventati, come scriveva Bruno Perucca su la Stampa, patrimonio di tutti gli sportivi, come succede ai campioni ed ai complessi di classe. Raccontava che su un prato della periferia, fra un rovescio e l’altro di pioggia, un gruppo di ragazzini gioca a calcio. Ognuno si è scelto un personaggio, si chiamano per avere la palla, per cercare la manovra. Dalle loro grida si avverte che le simpatie dei giovani sono cambiate. Nessuno è Pelé. Nessuno è Mazzola o Rivera, Sala o Anastasi. «Dai Netzer, dai Beckenbauer, alé Müller», nella fantasia dei ragazzi, e nella realtà del calcio d’oggi, sono questi i migliori del mondo”

La sua descrizione della Germania è una testimonianza d’epoca. Sepp Maier, considerato un emotivo, si sta invece rivelando un grosso campione. Paul Breitner, terzino sinistro, capellone, scattante, abile nel dribbling, ha finezze da attaccante; una palla di gomma sempre in movimento. Franz Beckenbauer, libero, gioca con una disinvoltura che rasenta lo snobismo, ha una sicurezza di tocco che pochi calciatori al mondo posseggono. Patisce un poco la concorrenza di Netzer come primattore, è il suo unico punto debole. Gerhard Müller, centravanti, il goleador di ghiaccio, l’opportunista, ma anche un centravanti che sa sacrificarsi sino ad arretrare in difesa. Guenter Netzer, mezz’ala sinistra, fra scatti e pause, un giocatore di rendimento e da spettacolo; inarrestabili, se non a prezzo di scorrettezze, le sue proiezioni offensive, favolosi i lanci alle punte, sempre chiara la visione del gioco.

La Germania poteva permettersi di lasciare a casa un piede d’oro come quello di Wolfgang Overath, uno dei giocatori di maggiore spicco agli ultimi campionati del mondo. Overath, ad onore del vero, si è ripreso da poco da un incidente, ma visto che è un doppione di Netzer (più classico, ma meno potente di questi) gli sarà difficile riconquistare un posto in squadra. Stesso discorso vale per Schnellinger: il calcio tedesco ha altro respiro, al commissario tecnico Schoen un libero all’italiana adesso non serve

 

Sono giorni in cui la questione del libero è centrale nel dibattito. Beckenbauer ha cambiato definitivamente l’interpretazione del ruolo, sebbene Annibale Frossi sul Corriere della sera si rifiuti di riconoscere una innovazione. Nell’amichevole di rifondazione dell’Italia contro la Romania (3-3), a Bucarest un giorno prima della finale europea, il CT Valcareggi assegna a Burgnich il compito di giocare a quel modo. Dirà poi che Tarcisio ha esagerato, che non era necessario spingersi oltre lo stopper. Si parla di una chance per Facchetti o per il giovane Santarini, si discute se non debbano essere i club a preparare liberi moderni per la Nazionale. La domenica della finale europea, salgono in serie A la Lazio, il Palermo e la Ternana, che ha in Mastropasqua – scrive Stampa sera – il suo Beckenbauer. 

 

  | Vinse per 3-0 la Germania. Pier Cesare Baretti su Tuttosport considerò che “non c’è altra nazionale al mondo in questo momento in grado di contrastare il passo dei tedeschi che giocano un football da centodieci e lode a tutti i livelli. Forse mai, nelle precedenti edizioni del campionato d’Europa, una squadra era riuscita a vincere con tanta superiorità rispetto al resto del campo. Fra la Germania prima classifica e l’Ungheria quarta classificata esistono autentici abissi di valori. Renato Morino sulla Gazzetta dello sport si spinse a scrivere dei tedeschi che bisognerebbe provare con un mitra. Senza, è impossibile fermarli. I russi hanno tenuto mezz’ora. Più per fatalità che per proprio merito. Una squadra che resterà nella storia del calcio e che –  giovane com’è – può rinnovare il traguardo mondiale del ’54

Antonio Ghirelli colse l’occasione per rilanciare sul Corriere della sera la polemica con l’ideologia breriana. Se avessimo avuto bisogno, a ventiquattr’ore dall’incoraggiante pareggio azzurro di Bucarest, di una ulteriore prova che il catenaccio è morto e sepolto, questa prova ci è venuta dalla sbalorditiva prestazione della Germania Occidentale sul terreno dello stadio Heysel di Bruxelles. Lo schieramento difensivo dei russi, perfetto per assiduità di schemi e potenza di atleti, è stato ridicolizzato una quantità inverosimile di volte dalla fantasia, dal movimento, dall’aggressività di una nazionale che utilizza come battitore libero il più perfetto e disinvolto palleggiatore della terra, e se ne serve abitualmente per portare lo scompiglio nelle retrovie avversarie, considerandolo non già come un plumbeo pilone d’ormeggio, secondo la nostra deprimente consuetudine, ma alla stregua di una colonna corazzata da lanciare repentinamente nei fianchi dello schieramento nemico. Mentre i nostri tecnici sono rimasti all’Alcazar e alla linea Maginot, quelli germanici sono andati oltre lo stesso Guderian e praticano la Blitzkrieg con la velocità, l’intelligenza e la perfidia dei falchi

E non avevano ancora visto l’Olanda. 

 

 

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