Europei 1968: la rivincita di Mazzola nel Sessantotto italiano

  EUROPEI | 12 GIORNI ALLA PALLA AL CENTRO

Frammenti d’autore e flash dalle edizioni passate

 

 La terra aveva tremato al Belice in gennaio e a marzo Pasolini aveva dato scandalo dicendo di stare dalla parte dei poliziotti per gli scontri a Valle Giulia. A Bologna, Villa Mazzacurati, si sollevano i malati di tubercolosi. A Torino la polizia carica i cortei degli operai di Mirafiori. A Valdagno, gli operai della Marzotto in sciopero, mettono una corda intorno al collo della statua in bronzo del conte Gaetano, il fondatore. Due studenti vengono arrestati a Roma perché va a fuoco la Boston Chemical, filiale della Dow che produce il napalm per il Vietnam. In questo famoso Sessantotto, nascono 930 mila 172 bambini. La pillola Anovlar è disponibile nelle farmacie da tre anni. Può essere venduta solo alle donne sposate per fini terapeutici, non è autorizzata come anticoncezionale. 

Fino a maggio in Francia non succede niente. Pierre Viansson-Ponté su Le Monde si spinge a scrivere: Ciò che caratterizza la nostra vita pubblica è la noia. I francesi si annoiano. I giovani si annoiano. Due mesi dopo il colpo lo fa Le Nouvel Observateur che con Jean-Paul Sartre intervista Daniel Cohn-Bendit: avete un programma? Come contate di prendere il potere? 

Alle elezioni in Italia vanno al voto il 93% dei cittadini. La DC di Mariano Rumor si conferma il primo partito con il 39.1% (12 milioni 437 mila voti), il PCI guadagna 800 mila voti (26.9%): Enrico Berlinguer viene eletto per la prima volta deputato. Quando la Nazionale di Valcareggi va in campo per giocare la finale degli Europei, un governo non c’è ancora. Il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat sta ancora esplorando. Considera di assegnare il mandato a Rumor, alla fine lo consegnerà a Giovanni Leone che rimarrà in carica fino a dicembre. 

Nel suo libro Patria, Enrico Deaglio scrive che molte cose succedono in quest’anno, che non erano mai successe prima. I ragazzi dei licei vanno a scuola in maglione e non in giacca e cravatta, come era regola prima. Le ragazze vanno in blue jeans. Nelle università occupate ragazzi e ragazze dormono in sacchi a pelo. A Milano, il preside del più famoso liceo – il Parini – Daniele Mattalia, viene destituito dall’incarico perché non ha chiesto l’intervento della polizia. Per la prima volta dai tempi di Martin Lutero, vengono occupate cattedrali e vengono contestati cardinali e anche il papa.

Mentre l’America sotto shock si imbatte nell’ipotesi di un complotto per l’omicidio di Robert Kennedy avvenuto qualche giorno prima, alcuni studenti, stufi per il modo in cui il Corriere della sera li tratta – racconta Deaglio – circondano la sede del giornale e, con una certa dimestichezza con le tecniche di guerriglia, bloccano i camion che portano le copie fresche di stampa. Seguono scontri con la polizia.

 

Ma l’Italia è presa dalla Nazionale di calcio in finale all’Europeo di casa. Ha superato l’URSS perché Facchetti ha scelto il lato giusto di una monetina dopo un pareggio a Napoli. Un mese di quell’oggetto ha scritto Gabriele Romagnoli su Repubblica avendo trovato in un libro (Azzurri d’Europa, di Stefano Ferrio e Gianni Grazioli, edizioni Minerva) dettagli illuminanti. La monetina è custodita da Francesco Franchi, figlio di Artemio presidente federale d’allora, e non era truccata, come il partito dei complottisti sostenne a lungo.

L’arbitro si accorge di aver perso lo spicciolo che aveva in tasca e un dirigente azzurro (qualcuno allude addirittura al lo stesso Franchi) gliene porge uno, poi sussurra al capitano Giacinto Facchetti di scegliere testa, perché ce l’ha di qua e di là. Oggi questa versione spopolerebbe sui social, ma è smentita dalle due facce del soldo svizzero, proveniente dal l’arbitro. Un tedesco con valuta elvetica? Francesco Franchi ammette di essersi chiesto spesso il perché. E di essersi dato una spiegazione: l’Uefa è stata fondata a Basilea, aveva la sede a Berna, pagava i rimborsi in franchi svizzeri. Herr Tschenscher da lì attinse per decidere il destino. Di certo la monetina, quella svizzera, volò. Altrettanto sicuramente ricadde di taglio sul pavimento. Poi non è provato se si incastrò in una fessura o rotolò sotto una panca

 

  L’Italia ebbe bisogno di due finali contro la Jugoslavia per vincere la Coppa. La prima fu uno strazio. Finì 1-1. Domenghini aveva pareggiato il gol di Dzajic e aveva colpito una traversa, dopo aver preso un palo in semifinale con i sovietici, ma la Nazionale era stata dominata dal palleggio slavo. Molto critici con il centrocampo italiano erano stati Annibale Frossi sul Corriere della sera e Vittorio Pozzo su la Stampa. Una partita segnata dalla polemica di Sandro Mazzola, che alla vigilia chiamò intorno a sé i giornalisti e disse: «Stamane Valcareggi mi ha preso da parte e mi ha annunciato che aveva deciso di lasciarmi fuori squadra. Io ho subito detto che era stato tradito un accordo ben preciso, dal momento che all’inizio della preparazione a Fiuggi avevo fatto presente che non mi sentivo in perfette condizioni fisiche. Allora ricevetti in proposito assicurazioni in tutti i sensi, cioè che il mio tono generale sarebbe migliorato e avrei senz’altro giocato. Avevo fatto presente che se dovevo fare la riserva avrei preferito stare vicino a mia moglie, che attendeva un figlio. Ora, invece, vengo escluso dalla finale e questo mi dispiace moltissimo, come giocatore prima di tutto e in secondo luogo perché non sono stati ai patti». Valcareggi aveva avuto il coraggio di far esordire in Nazionale in una finale un centravanti di vent’anni, era Pietro Anastasi.

 

La seconda finale, due giorni dopo, obbligava a molti cambi che nessuno all’epoca chiamava turn-over. Mazzola giocò, Anastasi pure. Segnò il secondo gol dopo il vantaggio di Riva. Al 31’ l’Italia già vinceva 2-0 per lo sconcerto degli slavi e nella sorpresa generale. Gino Palumbo scrisse sul Corriere d’informazione che Sandrino aveva avuto la sua rivincita contro una mancanza di rispetto. Sembra proprio Valentino, dicevano dalle tribune. Mazzola – le sue parole – non riusciva certo a sentire: suo padre non avrebbero mai osato trattarlo così. E d’ora in poi non oseranno farlo più neanche con lui. Non poteva immaginare che ai Mondiali di due anni dopo in Messico l’Italia si sarebbe spaccata sulla staffetta con Rivera, rimasto in panchina alla finale europea. 

L’analisi di Giulio Accatino su la Stampa: Il trionfo di ieri sera, perché di vero trionfo bisogna parlare, è giunto di sorpresa, quando più o meno in tutti si era diffuso un certo pessimismo, una sorta di rassegnazione a vedere l’ultima definitiva affermazione dei dinamici giovani jugoslavi. Sabato l’Italia aveva resistito bene, con uno spirito ammirevole, ma era nettamente mancata sul piano tecnico: qualche errore in difesa, un’incredibile confusione a centro campo, e infine, come logica conseguenza, una quasi totale sterilità degli uomini di punta. Come poteva far meglio ieri, rinunciando a parecchi uomini infortunati e inserendo in squadra elementi chiaramente definiti di rincalzo? Invece è accaduto che da queste soluzioni di necessità sia scaturita la miglior formazione italiana degli ultimi anni, a conferma di una serie di errori commessi precedentemente, errori di valutazione sul piano individuale, ma soprattutto errori nell’impostazione stessa dell’undici azzurro. Sabato si sono schierati i centrocampisti con compiti di uomini di punta, e tanto Lodetti che Juliano sono naufragati in un ruolo che non erano in grado di svolgere. Ieri si è fatto il contrario: si sono allineati quattro uomini di punta, e un quinto, De Sisti, che ha una naturale propensione ai compiti di attaccante, propiziando poi a turno il rientro dello stesso De Sisti, di Mazzola, di Domenghini a impostare la manovra, che ciascuno era poi in grado di portare anche a conclusione. In definitiva si è avallato il responso del campionato, un torneo che ha visto dominare il Milan e finire secondo il Napoli, ed entrambi gli attacchi giocano con quattro uomini di punta”

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