Europei 1964: Come Francisco Franco utilizzò la vittoria della Spagna

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Come Francisco Franco utilizzò la vittoria della Spagna

  1964  Quattro anni dopo la rinuncia a sfidare l’URSS per motivi politici, la Spagna aveva gli Europei in casa e di certo non poteva sottrarsi. Non solo non poteva, stavolta Francisco Franco non voleva. Aveva maturato nel frattempo per il calcio un sentimento nuovo. Grazie alle vittorie del Real Madrid in Coppa dei Campioni. Scrive Daniel Gómez Amat in La patria del gol: La percezione popolare che il Real Madrid sia la squadra del regime nasce con le vittorie europee, debitamente utilizzate da Franco, incollato al televisore ogni volta che giocano los Blancos. Grazie ai gol del Real, la Spagna migliora la sua immagine internazionale e il Real si converte in un super ambasciatore al servizio della diplomazia franchista. La cosiddetta fase del nacionalfutbolismo aveva nel ministro José Solís Ruiz il sorriso del regime. «Avete fatto molto. Gente che ci odiava – disse ai giocatori – grazie a voi, ora ci comprende: avete rotto molti muri». 

La Nazionale si stava trasformando. Proprio le stelle del Real erano state messe da parte (Puskas, Di Stefano, Gento e Del Sol), sacrificate per far posto a nuovi esteti, Amancio e Suarez. Per giunta l’Europeo cadeva in prossimità del 25esimo anniversario della fine della guerra civile, celebrata nel paese con il motto ideato dal ministro dell’Informazione e del Turismo, Manuel Fraga: XXV anni di pace. A numeri romani. 

Franco veniva accolto dalle folle nelle città che visitava e venne realizzato un documentario sulla sua vita. Con la necessità di rivitalizzare l’immagine della dittatura. Hector G. Barnés, in un pezzo per El Confidencial che fa da guida a queste righe, ha scritto che la Spagna aveva lavorato diplomaticamente con l’UEFA per riscattarsi dal ritiro nella edizione precedente. Di una sola cosa aveva paura Franco: perdere contro i comunisti

Poco prima della finale non si sapeva ancora se Franco avrebbe assistito alla partita, il governo temeva che sarebbe stato costretto a consegnare il trofeo al capitano dell’Unione Sovietica

 

La versione del giornalista Fernández Santande: un alto funzionario propose di avvelenare i sovietici. Fu deciso di lasciar perdere per il timore delle conseguenze politiche del gesto. E ti credo. Il ministro Solís pare che avesse convinto Franco a presentarsi allo stadio durante una battuta di caccia. Venne accolto da centoventimila spettatori che lo acclamavano. 

Per decenni – scrive Barnés – si è erroneamente creduto che l’assist per il gol decisivo del 2-1 di Marcelino fosse stato di Amancio, dal momento che la partita non era stata registrata per intero. Nel 2007 sono state trasmesse le immagini effettive del gol e mostravano che il cross apparteneva a Pereda. Questo per dire del tempo in cui ci troviamo. Un altro bel dettaglio è il panico nel quale finiscono gli scagnozzi di Franco quando vedono Lev Yashin parlare al giornalista radiofonico Joan Armengol. Lo convocano per sapere subito cosa avesse detto. E che doveva dire: aveva parlato della partita, ma tanta era l’ansia per quella che El Confidencial chiama la Crociata contro il comunismo, sostenuta un po’ da tutta la stampa occidentale. 

Alejandro Quiroga, del Dipartimento di Storia dell’Università di Newcastle, ha pubblicato una dettagliatissima ricerca su franchismo e antifranchismo nel calcio, pubblicata su European History Quarterly. Una parabola molto più complessa di quanto si immagini. 

Dalle sue origini fino alla morte di Franco nel 1975, il regime militare ha promosso una narrazione nazionalista associata al calcio, che ha cercato di aumentare l’identificazione degli spagnoli con la dittatura. Lo ha fatto perfino attraverso i club che avevano una forte matrice localistica e regionale, dunque in opposizione al centralismo della giunta, l’Athletic Bilbao o il Barcellona. ​​Il termine di Furie Rosse, le cui origini si rintracciano ai Giochi olimpici di Anversa nel 1920, piaceva molto a Franco. In Belgio – dice Quiroga – la stampa internazionale aveva descritto come scorbutico lo stile della squadra, non sofisticato, arrabbiato e violento. Il regime franchista trovava in questo termine una definizione perfetta, poiché i concetti associati alla furia (virilità, forza, coraggio, sacrificio, spirito combattivo) erano musica per le sue orecchie

Eduardo Teus, allenatore della Nazionale dal 1941 al 1942, sottolineava che «improvvisazione e individualismo non appartengono alla nostra razza». Nei primi anni del dopoguerra, le amichevoli giocate dalla Spagna attestano i suoi rapporti politici: Germania, Italia o Francia di Vichy. 

Il culmine – scrive El Confidencial – fu la partita giocata tra la Germania di Hitler e la squadra spagnola nel 1942, in cui si potevano vedere le strade di Berlino adornate di bandiere naziste e spagnole

La politica linguistica del regime costringeva squadre come lo Sporting de Gijón a chiamarsi Deportivo o l’Athletic a dirsi Atlético. Ma Barnés dice che non ci sono state squadre vessate dal franchismo. Come per la musica popolare, i balli e la letteratura, le sfumature regionaliste si trovare nello sport franchista. Entrambe le identità erano compatibili sebbene la gerarchia fosse chiara. La dittatura spesso presentava il tipo basco come il personaggio spagnolo originale. C’è stato un tentativo di appropriazione della pelota basca e il regime arrivò a vedere nella politica di mercato dell’Athletic – come si leggeva al tempo su Marcalo specchio dei valori maschili ispanici: virilità, impeto e furore: non avere stranieri in squadra non era una minaccia al franchismo, ma prova di virtù in un momento in cui tutto ciò che veniva dall’estero era visto con sospetto. 

Secondo un sondaggio d’opinione alla fine del franchismo il 30% dei catalani si sentiva solo spagnolo e il 53% sia catalano sia spagnoli. Nei Paesi Baschi il 60% dichiarava di identificarsi con entrambe le identità. Molti dei tifosi del Real Madrid degli anni ’40 e ’50 erano quelli che avevano perso la guerra civile e appartenevano alla classe operaia. Nella finale della Coppa dei Campioni 1966, che si giocò all’Heysel contro il Partizan Belgrado, i tifosi madrileni in esilio esponevano le bandiere della Repubblica. Sostenevano il Real perché era una squadra spagnola ed erano apertamente antifrancesi

Scrisse ABC dopo la finale vinta contro l’URSS che dopo venticinque anni di pace, dietro gli applausi, si è potuto sentire un vero sostegno per lo Spirito del 18 luglio

La Crociata era riuscita. Dice Quiroga che il calcio ha agito come un meccanismo di nazionalizzazione informale durante tutta la dittatura. Quando si ascoltava la partita delle cinque alla radio ogni domenica e si andava a leggere il giornale sportivo al bar. 

 

 

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