EUROPEI | 16 GIORNI ALLA PALLA AL CENTRO
Frammenti d’autore e flash dalle edizioni passate
1960 ► Il giorno prima della finale degli Europei di calcio, parlando al congresso dei maestri elementari, Nikita Kruscev fece una gaffe e mise paura al tempo stesso. La gaffe fu confondere la gittata dei razzi di cui disponeva l’URSS. Disse trentamila km e invece erano tredicimila. Il terrore arrivò quando si corresse. «Anche tredicimila sono sufficienti. Se gli Stati Uniti intervenissero a Cuba, Mosca potrebbe lanciare missili sugli Stati Uniti». Erano giorni che andavano così. La Nazionale dell’URSS si era qualificata per quella che oggi chiameremmo Final 4, e che all’epoca dissero banalmente semifinale, grazie al fatto che la Spagna di Francisco Franco nel turno precedente si era rifiutata di andare a giocare a Mosca.
Si era proprio rifiutata di iscriversi l’Italia, e non perché la Somalia stava diventando indipendente. La Nazionale veniva dalla mancata qualificazione ai Mondiali di due anni prima e non si sentiva all’altezza. Avevano disertato pure la Germania e le nazionali britanniche. Diciamola tutta: di questa nuova e bizzarra Coppa Europa per nazioni in giro non fregava granché.
Le semifinali si giocavano a Parigi (Jugoslavia-Francia 5-4) e a Marsiglia (URSS-Cecoslovacchia 2-1) nella prima settimana di luglio e la Gazzetta scrisse che la data era stata mal scelta. Perché coincideva con il Tour de France, si andava sul Tourmalet e c’era Nencini in maglia gialla. Per dire come stavano le cose. Gualtiero Zanetti scrisse che la manifestazione aveva avuto “un avvio pieno di contrarietà perché fu varata in un momento già pieno per il calendario”.
Mentre Livio Berruti correva a Siena i 200 in 20″7 cinquantacinque giorni prima dell’oro olimpico a Roma, l’URSS a Parigi batteva 2-1 ai supplementari la Jugoslavia. “Non ci è mai accaduto di assistere a un incontro che abbia richiesto un tale impegno fisico e nervoso. Per oltre un’ora – scrisse Zanetti – abbiamo atteso che questo folle prodigarsi (folle per noi, naturalmente), richiedesse il compenso di una sosta, ma invano”.
Era in fondo la scoperta di un mondo. Nessuna squadra italiana aveva ancora affrontato una sovietica nelle Coppe né l’Italia aveva mai sfidato l’URSS.
“Praticano un calcio affidato per la più parte al fattore fisico-atletico: negli scontri sono sempre vittoriosi per la loro presenza fisica, sul fondo sono imbattibili, nella manovra un po’ meno”. Zanetti trovava l’URSS “priva di idee raffinate capaci di sovvertire una situazione intricata” ma elogiò “la intercambiabilità tra terzini e laterali”.
Ma soprattutto – scrisse – “in più hanno Yachine, un portiere che vale almeno due reti”.
artefici | Vestiva una maglia nera che nera non era. Era di un blu molto molto scuro. Ne cambiava al massimo tre in un anno. Quando le maniche si consumavano. Vestiva di lana anche d’estate, perché pensava che così imbottito non mi sarebbe fatto male. Yashin aveva lavorato con suo padre in uno stabilimento che fabbricava pezzi per gli aeroplani, in un villaggio vicino Mosca. Sua madre era morta di tubercolosi quando aveva sei anni. Si mangiava quello che c’era e si era preso l’ulcera per quello. A sedici anni era in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Per non smettere mai di migliorarsi, a fine allenamento si fermava mezz’ora in più a parare rigori. Non con le mani. Con gli addominali. Aveva di continuo mal di stomaco. Bruciori tremendi, portava con sé sempre una bustina di bicarbonato, a volte la scioglieva direttamente sulla lingua, senza l’acqua.
Aveva avuto una prima occasione con la Dinamo Mosca ed era stata un disastro. Un’amichevole contro il Traktor Stalingrado. Il portiere avversario calciò un rinvio lungo con il vento alle spalle, la palla giunse fino a lui, Yashin ci andò con le mani alte e non vide arrivare uno dei difensori che si stava spostando per respingerla. Gli andò a sbattere addosso, il pallone ballonzolò verso la porta e gli altri a ridere: dove l’hanno preso un portiere così?
Passò una seconda occasione quando una volta il grande Khomich si fece male a tre minuti dalla fine. Eravano avanti 1-0 e successe di nuovo. Palla alta, lui che esce con le mani verso il cielo, un altro scontro con un compagno, palla in porta e 1-1. Negli spogliatoi si presentò un dirigente e urlò: sbattete questo cretino fuori dalla squadra. Gli allenatori per fortuna fecero di testa loro. Gli diedero una terza occasione e finalmente la Dinamo Mosca vinse, ma solo perché gli attaccanti segnarono cinque gol, uno in più di quanti ne prese il non ancora grande Yashin. Tutti in dieci minuti.
Non giocò più. Si diede all’hockey su ghiaccio. Fece il giro largo e tornò. Sarebbe diventato il solo portiere da Pallone d’oro. Dopo quella finale di Parigi contro la Jugoslavia, a fine partita la folla che invase il campo gli rubò il cappello. I giornali francesi raccontarono che la polizia lo aveva ritrovato e glielo aveva restituito. Non era vero. Nacque così la storia che Yashin ne avesse due. Lo gettava via per respingere i rigori di testa e la gente si divertiva. Molti erano convinti di vederlo raccogliere un quadrifoglio dall’erba dopo ogni rigore parato.