I 28 giorni in ospedale del giornalista Vincent Duluc

  Il giornalista francese Vincent Duluc, 58 anni, caporedattore a L’Équipe, ha raccontato per il suo giornale i 28 giorni trascorsi in ospedale con il Covid e il sospetto di essere rimasto contagiato allo stadio, dove era andato a vedere Lione-Juventus di Coppa dei Campioni.
«Ho iniziato ad avere la febbre il 18 marzo.  Una settimana dopo, il mio medico mi ha detto di andare al pronto soccorso. Non avevo altri sintomi, il 26 marzo sono partito per l’ospedale di Rambouillet. Pensavo che mi avrebbero dato qualcosa e rimandato a casa. Non avevo preso niente con me. Non avevo segni di difficoltà respiratoria, ma dopo l’auscultazione con uno stetoscopio hanno visto che i polmoni erano stati colpiti. Mi hanno detto: ti tratteniamo. A ogni esame la diagnosi peggiorava. Hanno iniziato a darmi ossigeno e il giorno dopo ho iniziato ad avere problemi respiratori.  Sono andato in rianimazione per la prima volta, ne sono uscito e ci sono tornato una seconda volta. Avevo bisogno del 90% di ossigeno. Per tre settimane ho dormito a malapena. La cosa terribile è entrare in un tunnel dove non controlli più nulla. Sono uscito dall’ospedale con 20 chili in meno. Per tre settimane, in ospedale, mi sono rifiutato di leggere qualsiasi cosa sulla malattia. Ho saputo della morte di Pape Diouf, la cosa mi ha commosso molto, non volevo sapere altro sul virus.  Ci sono stati giorni in cui preferivo non aprire L’Équipe per paura di leggere cattive notizie. Mi sono appassionato alle statistiche: l’80% è una forma lieve, il 95% delle persone se la cava. Quel che mi ha salvato è che non ero intubato. Sono stato cosciente tutto il tempo. Ho aspettato di essere dimesso il 22 aprile per sentirmi libero».

 

«La malattia crea profonda ansia e lascia tracce. Dopo Lione-Juve siamo andati a cena in un ristorante dove c’erano tifosi italiani. All’epoca dicevamo che non era stata la migliore delle idee far giocare la partita. Con il senno di poi, possiamo anche dire che è stato un errore o un rischio. Ma ci sono state tre settimane tra questa partita e la mia infezione, ho avuto altre mille occasioni per contrarre il virus. Se tutto ciò mi fa guardare diversamente alla ripresa del calcio? Ora, mentre le cose iniziano a migliorare, sono interessato a molte cose, ho una capacità di concentrazione ancora limitata, ma sono inevitabilmente una delle persone a cui manca lo sport.  Ho già divorato gli episodi di The Last Dance, sono stato toccato dalla morte di Robert Herbin, ho qualche problema in più con le notizie. D’altra parte, mi manca il calcio e vivo con la schizofrenia di chi teme una seconda ondata e allo stesso tempo desidera che tutto riprenda. Ma non voglio che riprenda in cattive condizioni.  Vorrei che fosse il segnale che la vita sta riprendendo. Quello che mi manca è la vita di prima, potermi muovere liberamente, andare a vedere il calcio nei fine settimana in Inghilterra, una grande partita europea nei giorni feriali, il Masters di golf, Wimbledon, il Tour de France. Anche fuori da questo tunnel e da questa ansia, anche in prospettiva, non vedo la mia vita senza sport. È sempre stato la mia passione. Voglio ritrovarlo, ma non in qualsiasi momento e ad ogni costo».

 

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