[s]e devo dirla tutta
Lo sport da casa dopo averne visto tanto dal vivo
“Il calcio colga l’occasione per riformare i campionati”
Paolo Tomaselli non crede che riprenderanno allenamenti e Serie A. Spalmerebbe il calendario sull’anno solare e teme una traumatica decrescita infelice
Paolo Tomaselli al lavoro si emoziona. Perché altrimenti uno lo sport cosa lo segue a fare? Gli succede quando gioca la Nazionale e ogni volta che suona la musichetta della Champions, quando i ciclisti escono dalla foresta di Arenberg e lui è là, oppure sulla Casse Déserte dell’Izoard. È successo quando ha visto il Brasile debuttare al Mondiale di casa contro la Colombia e lo stadio cantò l’inno come fosse stato musica sacra. Ah, sì: anche quando l’Union Berlino ha giocato ad agosto la prima partita in Bundesliga.
La mattina del 21 marzo Paolo ha detto al telefono: sto scrivendo, e poi ha scritto: “Al Tour del 2007 la maglia gialla Rasmussen lasciò la corsa come un ladro nella notte: da un baretto sui Pirenei dove aveva smangiucchiato un toast, Gianni dettò in pochissimi minuti un pezzo tutto a braccio, senza una virgola fuori posto. Del resto all’epoca e fino a pochissimi anni fa, lavorava ancora con la macchina per scrivere, scatenando la curiosità (e il consueto servizio) delle televisioni giapponesi o americane. In quei reportage su di lui, mancava sempre una verità: a braccio o con vecchi strumenti, Mura restava sempre il numero uno, per distacco. Se ci fossero davvero allievi del suo livello, anche umano, si potrebbe dire che Gianni Mura fosse un Maestro, lui che si è sempre sentito allievo di Gianni Brera, ma che per umanità e per umiltà, meritava appunto una cattedra a parte”.
Prima dei Tour e dei Pirenei per il Corriere della sera, dove è entrato da stagista nel giugno 2002, il giorno di Italia-Ecuador, sono venute la laurea in Storia a Ca’ Foscari di Venezia e i pezzi sulla Tribuna di Treviso del campionato di Prima Categoria. Ha visto ciclismo e ciclismo e ciclismo dal 2005 fino al Giro 2014, due Mondiali di calcio, due Europei, la Champions dal 2006. È stato fra i primi a indicare come soluzione un nuovo calendario organizzato sull’anno solare.
➣ Ricominceresti ancora così? Che faresti?
«Non credo si riprenderanno gli allenamenti e di conseguenza il campionato. Se i costi non superano i benefici per le società, ricomincerei la stagione interrotta a metà settembre, ovviamente se ci sono le condizioni per farlo e la porterei a termine entro la fine di novembre. Sosta invernale stile Bundesliga. E nuova stagione da gennaio fino a novembre, con Europei spostati nelle stesse date del Mondiale 2022».
➣ Dici per trasformare l’emergenza in un’occasione?
«Avere il Mondiale in quelle date può consentire uno slittamento delle stagioni altrimenti impossibile. D’estate nel 21 ci si fermerà due-tre settimane per dare spazio all’Olimpiade e una settimana di relax ai giocatori. Può anche essere l’occasione per riformare i campionati dal 2023, con almeno 2 squadre in meno in A».
➣ Che ne pensi dello sport che chiude un occhio? Niente VAR né antidoping. Un futuro monco senza pubblico? Come si fa?
«Non si deve rinunciare secondo me a Var e antidoping, con le dovute precauzioni non mi sembra impossibile. D’accordo con la sospensione temporanea del fair play finanziario o comunque con parametri più elastici. Porte chiuse: lo dirà la scienza, ma “a naso” prima che venga trovato un vaccino mi pare impossibile riprendere come prima. E distanziare di un metro e mezzo i tifosi come si fa?».
➣ Tu sei tra quelli che credono a una scissione tra lo sport dei ricchi e lo sport dei poveri?
«Non credo a uno scisma definitivo, ma a una razionalizzazione a partire dal basso. Restando all’Italia: può essere l’occasione per il semiprofessionismo in C, per ridurre le squadre tra A e B. Ovvio che per alcuni la decrescita sarà infelice, per non dire traumatica. Anche gli stipendi e i cartellini dei big dovrebbero decrescere. Perché almeno all’inizio gli “sconti” alle pay tv saranno necessari per la sopravvivenza reciproca, di squadre ed emittenti».
➣ Stai guardando vecchie partite? Che effetto ti fa lo sport virtuale?
«Mi fa un pessimo effetto. Capisco la voglia di pedalare un Fiandre simulato sui rulli collegati con gli avversari, dato che ci sono dei picchi di fatica persino più faticosi. Ma il resto del virtuale mi lascia perplesso. Non tanto per chi lo pratica ovviamente ma per chi lo guarda. A quel punto, meglio una serie tv, un libro o un film».
➣ Sei imbarazzato nel parlare di sport in questo periodo? Come lo stai vivendo?
«Lo vivo con i privilegi di chi può lavorare da casa, che sono molto superiori alle difficoltà. L’imbarazzo esiste, ma lo sport è un punto di osservazione del mondo e per adesso ne abbiamo analizzato il mutamento attraverso le decisioni prese – o la difficoltà nel prenderle – e le esperienze vissute dai protagonisti. Tra poco sapremo se si potranno riprendere o meno gli allenamenti in vista di una data. Temo che non sarà così. E allora riorganizzarsi fino a settembre senza ridurre tutto a un’asta quotidiana di un calciomercato per giunta impoverito sarà complicato per tutti».