La morte di Giulietto Chiesa. Quando fu il cantore dei Giochi dell’URSS

  Giulietto Chiesa era nato nel 1940 ad Acqui Terme. Ha lavorato come inviato e poi corrispondente dall’URSS per l’Unità. È stato editorialista per la Stampa e notista per il Manifesto. Ha collaborato per diversi giornali russi. Ha scritto i libri Operazione Teheran, L’Urss che cambia, La rivoluzione di Gorbaciov, G8-Genova, Afghanistan anno zero, La guerra infinita. È stato eletto parlamentare europeo nel 2004. Aveva un blog sul Fatto Quotidiano. La notizia della morte è stata data dall’amico Vauro. Per l’Unità era stato inviato alle Olimpiadi di Mosca del 1980. 

*

  Sono le Olimpiadi del boicottaggio degli USA. Quando a digiuno o quasi di sport Giulietto Chiesa va ai Giochi di Mosca, si diverte a ironizzare sin dal principio sulla figura degli inviati politici al lavoro in URSS per “cercare lo scandalo, la notizia che si spera ci sarà”. Nel giorno dell’inaugurazione li trova “agitati e inquieti per una città che è più vicina a New York che a Vladivostok ma che è anche più lontana da Roma e da Milano di quanto non lo sia Abbiategrasso; che è la capitale di uno stato ma anche di un continente sterminato, di un mosaico di popoli e di lingue. Scoprono le somiglianze, ma le trovano troppo poco somiglianti. Trovano le differenze ma le giudicano troppo differenti. Insomma, non gli sta bene niente. E se per caso c’è qualcosa che va bene lo stesso e che non si può non dire, allora è sicuramente per caso o perché questi sovietici sono così astuti, ma così astuti che riescono a farci credere che va bene anche se è assolutamente evidente che si tratta di un’illusione. Ma è davvero così fuori luogo – si domanda – proporre di lasciare da parte, per un solo momento, non il Vietnam o l’Afghanistan, che restano e pesano – ed è giusto che sia così – nella memoria e nel presente, ma le lenti del pregiudizio e tessere insieme l’elogio della diversità?”.

Qualche giorno dopo aggiunge: “Oggi ne hanno inventato un’altra e cioè che gli arbitri favorirebbero le squadre e gli atleti sovietici. Così, presumibilmente, si andrà avanti fino alla fine, con un insopportabile ritornello di inutili polemiche”.

 

  Mentre gli USA si limitano a trasmettere in tv poche immagini di quei Giochi, sul giornale del PCI Chiesa scrive che “l’Olimpiade c’è, esiste, funziona”. La cerimonia inaugurale è riuscita. Annota che la Pravda, il giornale dei sindacati Trud e il quotidiano della gioventù comunista Komsomolskaya Pravda relegano le notizie sui Giochi all’interno o nelle ultime pagine. Non c’è enfasi, intende, non c’è propaganda. Preferiscono dare risalto a “un documento della direzione centrale di statistica dell’URSS che riassume i risultati dell’esecuzione del piano quinquennale al termine del primo semestre 1980”.

Chiesa dà conto ogni giorno delle domande poste dalla stampa occidentale al vice presidente del comitato organizzatore, Vladimir Popov. C’è quel tale inviato francese che chiede di alcuni rullini fotografici sequestrati, quell’altro americano che domanda dell’inefficienza del servizio di telefonia, la giornalista danese che vuol sapere se si vedrà la bandiera USA alla cerimonia di chiusura, al passaggio di consegne con Los Angeles 1984. Oppure il turista italiano che protesta in Piazza Rossa per la libertà di culto.

All’inizio del decennio che produrrà la perestrojka, un’Olimpiade sul giornale del PCI evidenzia che “un’organizzazione come questa non si inventa in pochi giorni e nemmeno in quattro anni”. Chiesa celebra l’utilizzo della tecnologia occidentale come il segno di una cambiamento in corso – lui la chiama distensione, molte volte in 15 giorni – e si chiede se queste Olimpiadi così esatte, così giuste, non stiano facendo scivolare in secondo piano l’immagine di un paese primitivo, rurale e arcaico, nonostante “abbiamo visto il conducente del filobus sul quale ci trovavamo, scendere con un cacciavite per eseguire direttamente la riparazione”. 

Non è solo un inviato incaricato di raccontare il paese. Chiesa si dedica al primo oro italiano del tiratore Giovannetti (“Che sciocchezza e che pena venire a Mosca senza la nostra bandiera”) e ai tre record mondiali del nuotatore Salnikov. Intervista gli atleti del Vietnam alla prima Olimpiade dopo la guerra. «Nei nostri giornali – gli riferiscono – non ci sono pagine sportive». Gli dicono che “il loro astronauta è atterrato l’altra sera nei pressi di Baikonur con il collega sovietico. Ne sono molto orgogliosi e mi raccontano che era pilota di uno dei primi Mig che riuscì nell’impresa – fino allora giudicata impossibile – di abbattere un B-52 sul cielo di Hanoi. Chiedono che io scriva che ringraziano gli italiani per l’aiuto che hanno dato al Vietnam”.

  Negli articoli di Chiesa da Mosca il boicottaggio di Jimmy Carter ha finito per moltiplicare le bandiere sovietiche sulle tribune e ha acceso la determinazione degli atleti dell’Europa dell’est. Si diverte a mettere l’accento sulle contraddizioni che nascono dentro il blocco occidentale, venuto in URSS senza simboli, ma con atleti come i britannici Ovett e Wells che vogliono fare il giro d’onore, o il ciclista svizzero Dill-Bundi, oro nell’inseguimento su pista, “personalmente addobbato come una bandiera elvetica vivente, con il suo costume di seta aderente come una seconda pelle crociata di bianco in campo rosso, sceso dalla bicicletta a baciare i sottili listelli di pregiato legno siberiano”.

Il boicottaggio è il cuore della sua attenzione. “Alla fine, ironia di tutta la vicenda, gli unici ad essere boicottati sono stati gli atleti i cui comitati olimpici hanno ceduto alle pressioni dei rispettivi governi accettando di non venire a Mosca. Tutto il pasticcio — e l’imbroglio — del boicottaggio si è dunque ritorto contro chi lo aveva ideato”. Parla di “occasione perduta” per “un grande incontro che era possibile ed è stato in parte impedito, tra i cittadini di Mosca e una grande quantità di gente che sarebbe venuta a sentire e a parlare, a conoscere e a farsi conoscere meglio. Mosca non era deserta, come è stato scritto. Non era in stato d’assedio né meno «vera» di come lo è solitamente. Privarla di questo incontro ha voluto dire farle un torto”.

  Alla fine dell’esperienza Chiesa riflette sul “mondo singolare e curioso” dello sport, “che non vive una sua vita separata e che pure mantiene una forte autonomia: soggetto dovunque alle pressioni più diverse, politiche, economiche, propagandistiche, commerciali, ma anche capace di rimanere irriducibile rispetto a ciascuno dei condizionamenti ai quali si tenta di sottoporlo”. Rende un grande omaggio al giornalismo sportivo scrivendo che “tra i colleghi delle cronache sportive, ho trovato gente che conosce il suo mestiere comparativamente molto meglio di tanti cronisti politici. Sembrano tanti dottori intenti a fare la diagnosi del malato, serissimi. Mi fanno venire in mente – a me quasi astemio e quasi altrettanto digiuno di sport – quei sommeliers che degustano un vino e che sono capaci di discutere, per ore, del suo profumo, dell’aroma, delle papille gustative che delizia e di quelle che ci urta. E ci sono anche quelli che ricordano tutto, ogni record con accanto la sua data, le circostanze in cui è stato ottenuto, chi erano gli avversari del campione, i minuti, i secondi e i decimi di secondo. Quasi una scienza, di cui occorre parlare con rispetto”.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.