Una città diversa | “Fatichiamo a immaginare le prime stracittadine su campi poi sepolti dal tempo (un derby degli anni Dieci si disputò “sul campo di via Bronzetti”, che oggi è una strada semicentrale di Milano, e non c’è posto neanche per far correre un cane), tra giocatori che arrivavano insieme in tram con i panini, la mamma e qualche bottiglia, i baffi a manubrio e un destino di guerra, quella del ’15, che gli fiatava addosso e se ne portò via parecchi. Chissà che scarpe portavano e su quali ballatoi erano stese ad asciugare le maglie lavate, dopo la partita. Il tram (a Milano ne gira ancora qualcuno degli anni Trenta, bellissimo) è l’unico attrezzo di città ancora immutato, i tram di Milano sono come i sassi di Matera, dovrebbe occuparsene l’Unesco. Il resto, a parte qualche sequenza di facciate che la griglia casuale dei bombardamenti ha lasciato indenne, a parte qualche cortile e giardino interno custoditi dal secolare benessere delle famiglie ricche, è così mutato – a partire dalle fabbriche – che dire “primi del Novecento” porta diritti nei musei o sui libri, ai quadri di Sironi, agli archivi fotografici, agli acquerelli con i Navigli ancora scoperti, e le chiatte sotto le finestre del centro storico”. [Michele Serra, la Repubblica, 28 marzo 2011]
Poco pubblico e un campo malridotto – Cosa scrisse il Corriere della sera dopo il primo derby
“Lo stato deplorevole in cui per il maltempo si trovava ieri la pèlouse del “Milan Club” ha fatto sì che le due squadre milanesi, scese ieri per incontrarsi nella prima gara di eliminazione per i Campionati federali, abbiano svolto un gioco pesante e monotono. La vittoria, per un sol punto, arrise alle camicie rosso e nere. L’una e l’altra squadra non erano complete: il “Milan Club” però aveva potuto surrogare il suo centro di prima fila con Treré junior, che è sempre il giocatore italiano che abbia maggior padronanza della palla. Il “F.C. Internazionale”, dopo venti minuti di gioco, perse il suo capitano, che è il miglior giocatore della squadra, in seguito a uno sfortunato accidente di gioco, che lo costrinse a ritirarsi. E dobbiamo dire che i neri e azzurri, ridotti a dieci, senza troppo scoraggiarsi dell’abbandono del loro duce, hanno fatto del loro meglio e hanno tenuto testa validamente agli avversari, fino al termine del match.
Il “Milan Club” segnò 3 goals, per merito di Treré junior, Lana e Laich, rispettivamente l'”Internazionale” se ne aggiudicò 2, per opera di Du-Chène junior e di Schuler. Pubblico non molto numeroso, ma in compenso animatissimo, largo di applausi e di fischi” [Il Corriere della sera, lunedì 11 gennaio 1909. Pagina 2]
Grandi firme | Arpino e i poteri carismatici
“Mi confida un interista: finalmente un po’ di respiro; con tutti i guai che s’è attirato addosso il Milan, almeno noi nerazzurri siamo riusciti a respirare per una settimana. La settimana finisce oggi, eccoci al derby meneghino, ferocemente definito «della mutua» da molta critica lombarda. Sarebbe opportuno rilevare come un certo decadimento sociale trovi triste corrispondenza nelle vicende sportive. Le colpe non sono — o non sono soltanto — di due club calcistici, ma di una «capitale» che ha smarrito i poteri carismatici”. [Giovanni Arpino, la Stampa, 28 novembre 1976]
Grandi firme | Il derbycidio secondo Beppe Viola
“Andiamo a vedere se Inter e Milan si ricordano che per noi, il derby, è ancora una cosa seria. Così hanno pensato in molti, circa 70 mila. E quando Paolo Casarin, mestrino di nascita ma milanese secondo legge calcistica, ha guidato l’entrata in campo, San Siro era bell’e pronto come ai bei tempi. Una festa soprattutto in onore di due beniamini, Rivera e Mazzola, forse alla loro ultima stretta di mano pubblica. Poi 90 minuti bruttissimi, un autentico derbycidio” [Beppe Viola, servizio la Domenica Sportiva, 27 marzo 1977]
Grandi firme | Del Buono e una necessaria frivolezza
“Cosa vuol dire una partita di calcio, facciamo pure una partitissima, facciamo addirittura un derby Milan-Inter, anzi Inter-Milan, con tutto quello che succede a Milano, in Italia, in Europa, nel Mondo, l’Universo lo lascerei stare perché ho il senso dei miei e dei suoi limiti? Vuol dire poco, molto poco, pochissimo, su questo siamo d’accordo tutti e penso sia inutile insistere in proposito. Il calcio è di sicuro un argomento frivolo, un argomento irrilevante, un argomento futile. Ma questo argomento da niente occupa tanto spazio e tanto tempo nelle conversazioni, nelle polemiche, nelle dispute cittadine che un giornale non può trascurarlo”. [Oreste del Buono, Corriere della sera, 18 marzo 1979]
Grandi firme | Gianni Brera nel primo stadio Meazza
“L’influenza mi fa dolere gli occhi nemmeno avessi l’indigestione addosso. L’aria è tutta un baluginare di puntini che i poeti e i caricaturisti vedono come stelle. Arrivo per tempo alla grande lapide ricoperta di un telo che il buon sindaco Tognoli si tirerà in testa fra gli applausi. Insulterei Paride Accetti che mi invita con Paolo Todeschini a farmi sotto. Il vecchio Mazzola, papiense, non abduano, mi ricorda che lui, Todeschini ed io giocavamo la palletta ai Boschetti. Le due figlie di Meazza attendono commosse. Mazzola mi mostra una foto a colori della lapide e noto che la mia epigrafe è stata malconciata per necessità di impaginazione grafica: «Al nome di Giuseppe Meazza, espresso dal suo cuore generoso, la città di Milano intitola questo glorioso stadio tante volte illustrato dai suoi gesti di atleta». Scompare «al nome» e quell’«intitola» è quasi lezioso. Guarda a 60 anni cosa ti tocca”. [Gianni Brera, il Giornale, 3 marzo 1980]